La bellezza della poesia femminile

Maddalena Terff, Georges de la Tour
Maddalena Terff, Georges de la Tour

Nella foto presentata di Georges de la Tour, intitolata Maddalena Terff (Maddalena penitente) al Museo del Louvre di Parigi, olio su tela del 1640, sembra di rivedere i versi della poetessa scelta per l’articolo di oggi.

Riuscire a conoscere poesie di scrittrici, dall’antichità fino al medioevo, non è impresa facile. Non ci sono state tramandate molte loro notizie, le poesie per molto tempo sono state dimenticate dalla critica, che solo oggi finalmente le sta rivalorizzando. Questo perché le donne avevano sì un proprio spazio ma privato. Le letture erano svolte in casa tra donne (i circoli letterari tranne quello rivoluzionario di Saffo appaiono a partire dall’800), leggendo versi a volte anche ‘proibiti’ (basti pensare alla famosa lettura del passo dantesco di Paolo e Francesca dove il libro fu galeotto), scrivendo poesie che di solito erano pensieri intimi di amore, passione o giochi letterari.

Il ‘500, quindi, fu il primo secolo dove le donne, di solito le nobili o le cortigiane, che a differenza delle altre, osavano scrivere e si mettevano in competitività con i maschi. Una di queste fu Francesca Turini Bufalini, che conosceremo insieme.

Francesca Turini Bufalini, una poetessa tra i poeti

Di origini toscane, nacque a Sansepolcro il 23 luglio 1553 e morì a Città di Castello nel 1641. Il cognome aggiunto Bufalini fu datole dal fatto di aver sposato il conte e colonello pontificio Giulio I Bufalini. Dimorò nel castello del marito e fu la prima donna che partecipò all’Accademia degli Insensati, a Perugia, circolo letterario petrarchesco e filosofico, sorto nel 1561 e sciolto nel 1725. Scrisse poesie, tra cui i componimenti tipici del Cinquecento come i madrigali.

Appassionata di Francesco Petrarca, si dedicò al commento del Canzoniere e al poema eroico Florio, mai completato. Della sua produzione poetica, comprendente le Rime spirituali sopra i misteri del Santissimo Rosario (1959), In morte del marito, Rime (1628), I madrigali ed il Florio, non è attualmente disponibile in commercio nulla. Tutta la sua produzione, infatti, fu conosciuta solo in età contemporanea grazie alla concessione di apertura dell’archivio del castello.

Lo Specchio disprezzato, tra vanità e decadenza

Lo Specchio disprezzato è composto dal seguente schema metrico-ritmico ABCCBDDEE. Ecco i versi:

Lo Specchio disprezzato

Quel tempo è pur venuto,
lassa me forsennata,
che de lo specchio, ond’era tanto amica,
or son mortal nemica:
ché, vedendomi ’n tutto trasformata
entro a’ cristalli sui
da quel che prima fui,
mi fa pensare, trasformato il viso,
a le bellezze sol del paradiso.

Innanzitutto ricorda tanto il tema dello specchio e dell’immagine riflessa, venendoci in mente diversi paragoni: il mito di Narciso, il giovane innamoratosi di sé stesso specchiandosi nell’acqua; la favola di Biancaneve  dei fratelli Grimm, in cui la Regina cattiva continua ad interrogare lo specchio per sapere chi è la più bella del reame; infine Dorian Gray, personaggio del Ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, che per mezzo di una magia riuscì a mantenersi giovane e guardava il proprio riflesso per vedere se la vecchiaia avanzava fino al decadimento morale e fisico totale.

Nella poetessa, l’oggetto dei versi è la paura di invecchiare: lo specchio, ond’era tanto amica, or son mortal nemica (vv. 3-4) diventa un avversario perché la fa apparire anziana. Oltre il timore dell’età che avanza, c’è anche quello della morte (mi fa pensare, trasformato il viso,/a le bellezze sol del paradiso, vv. 8-9).

Al centro quindi della poesia c’è la vanità legata alla decadenza, argomento inerente la religione, l’amore per la propria immagine a discapito di quella divina ed infine la riflessione filosofica sul tempo, sovrano della bellezza e della decadenza dell’uomo. In fin dei conti, però, si è belli sempre, anche con i capelli bianchi, perché la bellezza è prima interiore e poi esteriore.