La Cgil di Caserta in collaborazione con ”Le Piazze del Sapere” ricordano Mario Pignataro nel decennale della scomparsa

Mario Pignataro al microfono in un comizio a Maddaloni (fine anni ’50)
Mario Pignataro al microfono in un comizio a Maddaloni (fine anni ’50)

Venerdì 16 settembre alle ore 17.30 nella Sala “Di Vittorio” della Camera del Lavoro di Caserta, ci sarà un incontro in memoria di Mario Pignataro organizzato dagli iscritti della CGIL insieme all’Associazione “Le Piazze del Sapere”.

A presiedere sarà Sonia Oliviero, Segretaria Generale della CGIL di Caserta. Dopo i saluti istituzionali del Sindaco Carlo Marino e dell’Assessore Enzo Battarra, ci sarà la relazione introduttiva di Pasquale Iorio (coordinatore di “Le Piazze del Sapere”) e a seguire gli interventi dei sindacalisti Michele Gravano e Michele Colamonici, del Direttore della Confesercenti Gennaro Ricciardi e quello del professore universitario Gianni Cerchia.

Infine, le testimonianze del figlio Giancarlo Pignataro (RSU CGIL) e della nipote Ilaria Pignataro (studiosa di filosofia) e le conclusioni del Segretario Generale della CGIL Napoli e Campania Nicola Ricci.

L’incontro, inserito nelle celebrazioni in programma dal decennale della scomparsa sino al centenario della nascita (6.9.2023), si soffermerà in particolare su “Mario, il sindacalista” con cui si vuole rendere omaggio ad una figura che ha lasciato un’impronta indelebile nelle lotte sindacali e sociali in Terra di Lavoro.

Mio nonno e la forza degli ideali

Mario Pignataro, mio nonno, è vissuto nel XX secolo, il più atroce nella storia dell’uomo, segnato da due conflitti mondiali che hanno sconvolto il mondo e l’umanità, marcando una profonda cesura col passato. In seguito a tali eventi il mondo ha dovuto trovare un nuovo assetto, un nuovo equilibrio che impedisse alla “Follia” di attuare nuove distruzioni e a tal fine fu creato l’ONU.

Oggi, nel XXI secolo, ci troviamo di nuovo faccia a faccia con la disumanità che minaccia la nostra vita quotidiana e di fronte alla quale siamo spiazzati come davanti ai campi di sterminio nazisti, confermando la tesi di Giambattista Vico dei corsi e ricorsi storici.

Nel secolo scorso siamo riusciti a fronteggiare la situazione grazie alla corale volontà di un’umanità, memore della tragedia superata, che ha combattuto unita in nome dei suoi diritti, e, grazie a grandi statisti, è riuscita a far rinascere nazioni letteralmente devastate dai conflitti. Ora, purtroppo, sembra che questa solidarietà sia impossibile da trovare. Siamo sempre più divisi e l’avidità di risorse e di potere spinge l’uno contro l’altro all’interno della stessa Europa. La politica non è più sostanziata da quegli ideali, valori e virtù che dovrebbero essere lo specchio del paese, incentrati sulla cura del sociale e del vivere in comunità per assicurare a ogni cittadino una vita degna di essere vissuta.

Hannah Arendt individuava nella politica lo spazio d’intersezione di individuale e universale, dove gli interessi particolari confluiscono nel volere della totalità dello Stato, loro espressione. La politica è il campo di azione della libertà umana, la quale è a sua volta la condizione di esistenza della politica stessa, che, difatti, all’avvento di ogni regime totalitario viene automaticamente abolita. L’essere umano è essenzialmente un essere-con- gli-altri (Martin Heidegger) e quindi è necessario comprendere quest’alterità e agire con essa positivamente e attivamente, non vedendo gli altri come un ostacolo alla propria autorealizzazione, ma considerandoli come la condizione necessaria per poter divenire se stessi autenticamente. Un agire isolato nel mondo, infatti, non sarebbe visto da nessuno e, dunque, sarebbe privo di valore, perché è appunto nella dimensione della collettività che le azioni manifestano i loro risultati (positivi o negativi che siano) ottenendo da ciò il riconoscimento del proprio valore. Soggetto politico è quindi la pluralità umana che interagisce con se stessa e con il mondo in cui vive per creare condizioni di vita sempre più favorevoli e giuste per tutti.

Nei tempi odierni però la politica si è impoverita, divenendo un freddo scheletro che s’illude di essere ricco perché investe in azioni, vende titoli, ecc. Non è la politica, quindi, a governare, ma l’economia, o peggio ancora la finanza.

Karl Marx aveva colto la forza deterministica incarnata nella struttura economica, ma non aveva mai perso di vista la dimensione politica, la cura dei cittadini (e dei deboli in particolare): l’essere vicino a tutti per garantire eguali diritti. E mio nonno credeva fortemente nell’idea di Marx.

Mario Pignataro incarnava la definizione aristotelica di uomo come zoon politikòn, animale politico, perché metteva al centro della sua vita la dimensione sociale di interazione

con gli altri. Per lui il comunismo di Marx rappresentava non solo un ideale politico, ma soprattutto un modus vivendi. Infatti, sin da giovane la “passione ideale” lo travolse tanto da fargli lasciare un lavoro sicuro per dedicare più tempo ad organizzare le lotte in difesa di operai e contadini: era sempre in prima linea quando erano in gioco questioni importanti per il territorio provinciale. Organizzava comizi, assemblee, scioperi e manifestazioni per provocare reazioni che spesso non si facevano attendere. Lui non si fermava davanti a niente, rischiando anche il carcere, dove ha dovuto soggiornare varie volte. Al suo fianco c’era già, poco più che quindicenne (e poi per tutta la sua lunga vita), nonna Flora, la roccia (come la chiamiamo noi di famiglia), sempre pronta a dargli sostegno, collaborazione e a crescere, spesso da sola, i due figli con i medesimi Valori condivisi, trasmessi anche a noi nipoti.

La crisi economica occupa in misura notevolmente maggiore la testa e la bocca rispetto alla crisi valoriale. Eppure, è quest’ultima la più grave, perché nuoce all’essenza stessa della società: senza valori essa implode, perde coesione, lasciando sempre più spazio alla criminalità, alla disperazione, e la politica, sminuita del suo ruolo, si presenta sotto forma di populismo che critica senza proporre.

E ancora, nascono sentimenti di separazione come secessioni e discriminazioni sociali o di razza perché si è perso il concetto di fraternité (così caro alla Rivoluzione francese). Con i valori si è dimenticato anche il vero fine dell’insegnamento della storia, perfino di quella più recente che dovrebbe essere ancora viva nel nostro ricordo – intendo il secolo immediatamente precedente al nostro.

Ma come sensibilizzare i cittadini, se si ritengono abbandonati dai governi al loro destino, senza lavoro, senza assistenza, in città, troppo spesso, degradate e insicure? È necessario partire dal basso, i singoli individui devono sentire la chiamata dell’imperativo categorico che ordina di agire in vista del bene comune e “sporcarsi le mani” in prima persona per attuarlo, occorre far rinascere i Valori in noi e poi portarli a realizzazione all’esterno. È un moto che deve insorgere spontaneo nella coscienza individuale di ognuno.

Fondamentale in tal senso diventa l’educazione scolastica, che deve formare i cittadini di domani. Deve educare alla vita activa in società, termine con cui Hannah Arendt indicava l’attività lavorativa, l’operare, inteso come produzione di un mondo “artificiale” di cose, e l’agire, che mette in rapporto diretto gli uomini senza la mediazione di cose materiali, facendoli confrontare con la loro pluralità, condizione essenziale di ogni vita politica. L’azione ha un ruolo particolare nella teoria arendtiana: essendo manifestazione della libertà umana, essa è, in senso kantiano, cominciamento, capacità di dare inizio a cose nuove, a un nuovo corso di eventi che possa cambiare il mondo. Proprio su questa capacità inaugurale dell’essere umano la Arendt contava per far rinascere il mondo dopo l’annichilimento costituito dai totalitarismi. Tuttavia, per agire nel senso appena delineato, l’uomo deve imparare a uscire dall’isolamento e ripristinare la condizione esistenziale originaria dell’essere-nel-mondo che Martin Heidegger ha individuato nella dimensione della cura, ossia del prendersi cura del mondo e dell’aver cura degli altri uomini. È necessario tornare «all’attacco!», come amava spronarci in famiglia mio nonno, a impegnarsi in prima linea, pronti a sacrificare sé stessi per i propri sogni e per gli altri.

Immanuel Kant sognava un’umanità in Pace perpetua, ma forse questo sogno non sarà mai realizzabile. Quello che spero è che si formi un’umanità in “solidarietà perpetua”, o meglio, in quella social catena di cui parla Giacomo Leopardi nella Ginestra, che percepisca la comune condizione umana e che sia legata da un sentimento fraterno con tutti gli altri uomini e, invece di ostacolarli, li aiuti, che smetta di creare muri e apra invece le porte, preservando l’essenziale pluralità esistente che arricchisce il mondo. Confido in un’Europa Unita dai popoli, non dalle banche, dove ognuno si senta cittadino europeo prima che italiano, francese o tedesco, perché questo è l’unico modo per superare quei nazionalismi che spingono all’ostilità verso il prossimo. Così realizzeremo il sogno dei padri fondatori che è in fondo anche il nostro: una comunità di fratelli che si sostengano l’un l’altro e preservino la pace e, quindi, la salvezza del mondo.

Ilaria Pignataro