La disciplina sul cognome della moglie, ecco cosa dice la legge: si tratta di un dovere o un diritto?

La disciplina sul cognome della moglie, cosa dice la legge
SANCARLO50-700
SANCARLO50-700
previous arrow
next arrow

L’esatta risposta tra anacronismo e desuetudine

“La moglie aggiunge al proprio cognome quello del marito e lo conserva durante lo stato vedovile fino a che non passa a nuove nozze”. Queste le parole della legge contenute nell’articolo 143bis del Codice civile. Fu una riforma del secolo scorso, precisamente la Legge n. 151/1975, ad introdurre questa “novità”, poiché fino a quel momento la moglie perdeva il proprio cognome e assumeva quello del marito.

Oggi, un po’ con la stessa ratio di allora, l’aggiunta del cognome costituisce un vero e proprio dovere. È certamente anche un diritto, ma come ebbe a ricordare la Corte costituzionale con la sentenza n. 128 del 1970, la donna sposata ha il dovere giuridicamente vincolante di far uso del cognome maritale.

Bruno-Cristillo-Fotografo
Terrazza Leuciana
Bruno-Cristillo-Fotografo
previous arrow
next arrow

Si tratta – stando al tenore del provvedimento del collegio giudicante dell’epoca – di una prova tangibile dell’appartenenza della moglie alla famiglia del marito. E il fatto che lo conservi anche dopo la morte di questo, ribadisce la conseguenza del permanere all’interno di quella stessa famiglia in modo del tutto legittimo.

Inoltre, oggi la moglie non cessa l’uso del cognome maritale con la separazione – anche con addebito. Tuttavia, il Codice stabilisce che il giudice possa “vietare alla moglie l’uso del cognome del marito quando tale uso sia a lui gravemente pregiudizievole, e può parimenti autorizzare la moglie a non usare il cognome del marito, qualora dall’uso possa derivarle grave pregiudizio” (Art. 156bis Cod. civ.).

Gli effetti del divorzio sul cognome maritale

Secondo una decisione del Tribunale di Napoli (2003), dopo la sentenza di divorzio, il diritto alla conservazione e alla spendita del cognome maritale presuppone che la moglie, nel corso della vita matrimoniale, si sia presentata con il cognome del marito, sicché quest’ultimo ricorre ad identificarla.

Esiste una corrente di pensiero apparsa in modo significativo all’interno di una sentenza della Corte di Appello di Roma del 1987, dove – precedentemente a quella di Napoli – si è affermato che l’ex moglie non può più fregiarsi del cognome maritale al fine di rendere palese l’avvenuto scioglimento del matrimonio. Ebbene, sul punto sembrerebbe che i giudici abbiano voluto ribadire il concetto di appartenenza della moglie alla famiglia del marito, pensiero – questo – molto discusso dalla dottrina giuridica attenta al diritto di famiglia.

Anche in questo secolo alcune sentenze sono state dello stesso tenore. Ad esempio, a Bari s’è detto nel 2007 che il diritto della moglie al cognome del marito è un riflesso diretto dell’unità familiare. S’è aggiunto che il cognome maritale è un contrassegno del vincolo coniugale. Ci si è chiesti, perciò, se vi sia violazione del principio fondamentale di uguaglianza e di parità di genere, e quindi nessun limite di ordine pubblico.

Danno da trasgressione al divieto d’uso del cognome maritale

La donna alla quale, in circostanza di separazione o divorzio, è stato vietato l’uso del cognome del marito, posposto al proprio, risponde per danno da fatto lesivo qualora faccia indebitamente uso del cognome maritale, contravvenendo alla disposizione giudiziale. Il fatto, perciò, violerebbe l’art. 7 del Codice civile, che dispone una mera tutela mediante azione inibitoria. Per ottenere il risarcimento del pregiudizio patito dal marito, invece, bisognerebbe dimostrare una condotta dolosa o colposa rientrante nella previsione dell’art. 2043 Cod. civ. Serve perciò dimostrare una condotta effettivamente dannosa (un pregiudizio effettivo), sicché non avendo carattere patrimoniale, è tutt’al più risarcibile ai sensi dell’art. 2059 Cod. civ., ma nella sola ipotesi che la condotta dell’indebito utilizzatore configuri un illecito penalmente sanzionato (Cfr, Cass. civ., sez. I, 5 ottobre 1994, n. 8081).

Riflessi dei mutamenti sociali nella giurisprudenza di legittimità

Alcuni anni fa, la Cassazione è intervenuta per dirimere una controversia sull’attribuzione di cognome maritale, nell’ambito della trascrizione di un matrimonio contratto all’estero. La decisione della Suprema Corte è stata di segno opposto a tutte le precedenti. Ha concluso nel senso che l’assunzione del cognome del coniuge non costituisce una questione rientrante negli effetti giuridici del matrimonio (Cfr, Cass. civ., sez. I, 13 novembre 2015, n. 23291).

Questa conclusione dei giudici ha certamente risentito della dinamica extragiuridica. L’aggiunta del cognome del marito a quello della moglie, infatti, è percepita come un effetto legale desueto e anacronistico.