È la giornata del coprifuoco, a Caserta non si manifesta ma abbiamo raccolto le ragioni dei commercianti

Un momento della manifestazione dei commercianti contro il coprifuoco a Napoli crediti by Ilroma.net

Da questa sera la Campania, così anche altre regioni d’Italia com’è ormai risaputo, ha deciso per il blocco totale di attività e mobilità dalle 23 alle 5 del mattino. Una decisione “costretta” dai numeri, anzi dal numero dei contagi mai così alti dall’inizio del lockdown.

Ogni decisione, ordinanza ministeriale o regionale che sia, scatena ovviamente le ragioni e le reazioni della popolazione, in questo caso in particolare di quella parte che con la notte ci lavora, come gli esercizi di ristorazione, le attività di intrattenimento, molte delle quali cominciano a lavorare solo in tarda serata.

I social sono tutto un ribollire di proteste che molto probabilmente non cambieranno la situazione ma fanno un quadro di quanto sta succedendo, di tutte le paure che si prospettano per il futuro, che quel minimo di ripresa che avevamo potuto gustare nei mesi estivi stia definitivamente morendo nuovamente.

Da questa sera dunque tutto chiuso. A Napoli si scende in strada, nel capoluogo di Terra di Lavoro invece tanta rabbia, ma nessuna manifestazione. E mentre i commercianti napoletani manifestano a Caserta tutto tace. Noi però abbiamo fatto un giro tra i commercianti della città per sentire le loro ragioni, i perchè e i per come. Un giro tra le strade più centrali , dove insistono molte attività rivolte ai ragazzi, pizzerie, gelaterie, friggitorie, di tutto di più. La sera è davvero un brulicare di giovani e questa decisione è una nuova mannaia.

Ci avete chiuso di nuovo ma a fine mese lo facciamo un dare e avere“?  Commenta Peppe del Bacio, la nota cornetteria di via Roma. “Noi non abbiamo ammortizzatori sociali e a fine mese l’affitto del locale lo dobbiamo pagare lo stesso. Intanto a Napoli la gente sta manifestando e noi qui cosa stiamo facendo“?

Altamente penalizzante – il commento di Rosaria Ricciardi de Le Figliole, antica pizzeria napoletana sempre a via Roma – c‘è un forte calo delle presenze, e sicuramente non si lavora granché fino alle 23, anzi, si termina di lavorare molto prima“.

I commercianti stanno soffrendo – dice Fabio Colacino – e la cosa grave è che si sentano colpevolizzati della diffusione del virus, come se questa fosse una punizione per non aver rispettato il protocollo, ma vi possiamo assicurare che così non è perché a nessun imprenditore piace pagare multe e sanzioni. L’inciviltà della gente è ricaduta su di noi“.

Con il nostro locale, al Corso Trieste, cucinAtipica, ci siamo adeguati alle ordinanze – ci racconta Luca Di Majocon offerta e turni diversi rispettando i DPCM del Governo. È un grosso sacrificio per soci e dipendenti e ritengo che come noi tutti i locali di ristorazione e somministrazione, ma proviamo a farli cercando anche una risposta nei cittadini chiedendo loro di modificare parzialmente le abitudini ordinarie”.

Ma non tutti sono d’accordo, come ci spiega Celestino Sarnelli, storico commerciante casertano, proprietario di Caffe del Corso, sempre a Corso Trieste: “In realtà adesso non è altro che un parente stretto di quanto è stato fatto nel lockdown di marzo, non tanto perché la gente non può uscire, ma perché la gente non ha voglia di uscire e peggio di prima c’è che adesso lo Stato non ha la forza di supportarci. 

In questo momento si sta lavorando intorno al 50, 60% di quelli che normalmente sono gli incassi riferiti al periodo antecedente il primo lockdown, un’attività come la mia se prima incassava 1000 oggi sta incassando intorno alle 600, anche 550, così per fare un calcolo veloce.

Molti colleghi mi hanno riferito che se le cose continuano così, e certamente continuano così, la settimana prossima molto probabilmente se ne andranno in ferie. Io personalmente sto riuscendo a malapena a raggiungere i costi fissi dell’attività“.

Altro esempio, la mia attività che comunque già da diverso tempo chiudeva alle 21.00 ha perso una grande fetta mattutina, le persone che sono in smart working, la scuola chiusa, la gente che non scende per paura, in strada non c’è nessuno.

Michele Sacco, titolare dei Bar Mon Reve al Corso Trieste e a Via Pasolini, e già prima dell’esercizio che insisteva all’interno dell’IPerion è davvero arrabbiato: “Non c’è bisogno di arrivare alle 23.00 per chiudere, potremmo chiudere anche di mattina o addirittura non aprire proprio perché con tutte queste restrizioni, gente in smart working da casa, scuole chiuse, paura di uscire, vi assicuriamo che sono sparite il 75% delle persone in strada. 

Perchè penalizzare solo noi, perchè non operare a 360 gradi, a questo punto mettete  i militari al controllo nelle piazze, e la sera nei luoghi della movida così si punisce realmente chi non rispetta le regole, i ragazzi che si accalcano, gli assembramenti senza un domani, ed anche quei locali che non rispettano i protocolli.

Purtroppo noi le tasse le dobbiamo pagare, per quanto mi riguarda la settimana prossima avrò un colloquio con il proprietario del locale e se non riesco a trovare un accordo scritto almeno del 50% io comunque chiudo e vado via e insieme a me lascio per strada 10 persone“.

E La questione del divieto di mobilità da provincia a provincia è un altro problema non di poco conto.

Roberta Magliocca: “Il mio compagno è un maitre. Siamo in grave difficoltà. I ristoranti hanno dovuto già dimezzare i coperti per le norme di distanziamento. Nessun ristoratore ha fiatato, era giusto, è stato fatto con un grandissimo dispendio di denaro (non dello stato, quello non è stato sufficiente nemmeno a pagare una sola bolletta). Ora, se mi togli anche la possibilità di fare un ricambio, si capisce bene che ci affossiamo completamente.

Da considerare, inoltre, l’impossibilità di cambiare provincia. I ristoranti possono pure chiudere. Ma il governo è in malafede, perché dovrebbe metterci in lockdown e cacciare i soldi. Non lo fa, lascia ai ristoratori la responsabilità della chiusura. E in quel caso, se il ristoratore chiude, non avrà un euro da questo stato che si sta dimostrando fascista e incapace”.

Insomma le testimonianze raccolte sono tante,non c’è bisogno di attendere l’andamento di questi giorni per capire cosa accadrà, le prospettive non rosee sono abbastanza chiare. Ma i cittadini, imprenditori e non, hanno le idee chiare su questo aspetto:

Se i commercianti protestano –  sottolinea Lucia Dello Iacovosignifica che ne sono seriamente danneggiati, forse è anche significativo che siano quelli di Napoli e non di Caserta, dove c’è sicuramente un’utenza diversa.

Dissento sull’inutilitá di protestare per quanto è stato già deciso, uno stato ha il dovere morale di ascoltare i suoi cittadini. Nel mio ultimo giro di ieri nei negozi di via San Giovanni, era già il deserto, in uno dei negozi dove mi sono recata il commerciante lamentava che le attuali misure già svilivano i clienti, che pochi ormai entrano, e che in realtà tante restrizioni li mettono in ginocchio, che non li fanno chiudere per non compensargli i danni, ma che è pura ipocrisia perché è già impossibile lavorare così“.

Insomma, la conclusione a questo punto riguarda provvedimenti finanziai urgenti:

Non sono un commerciante, ma penso che la cosa sia semplice, come dicevano i commercianti di Arzano – suggerisce Ferdinando Errichiello, noto attivista e associazionista del capoluogo –  Se vogliono chiudere le attività commerciali (e la situazione sanità lo impone dato che il nostro governo ha perso tempo per 5/6 mesi) cacciassero i soldi. Chiudere alle 23 per qualcuno significa morte, ma non perché è bello stare aperti di notte ma perché è uno stillicidio. Devono cacciare i soldi e chiudere, la vita vale più dell’economia e lo stato deve tutelarla“.