“Dopo la nebbia” di Giuseppe Ungaretti

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Chi vive in campagna è abituato ma chi vive in città, quando accade di vedere la nebbia, si spaventa. Questo agente atmosferico, infatti, specialmente in Nord Italia, non è così idilliaco nella realtà eppure la poesia, come fa sempre, riesce a trasformare un elemento donandogli sovrasensi diversi, fino a farla diventare una metafora. Il componimento scelto per oggi è Dopo la nebbia di Giuseppe Ungaretti.

Giuseppe Ungaretti, il poeta che rivoluzionò la poesia

Uno dei massimi esponenti della poesia italiana del ‘900 è Giuseppe Ungaretti, che dopo la parentesi egiziana, prese contatto con i simbolisti francesi, partecipò alla Prima Guerra Mondiale. Le sue liriche sono famose in tutto il mondo, raccolte in varie sillogi, Porto Sepolto (1916), Allegria di naufragi (1919), La Guerre (1919), Sentimento del tempo (1933) per la sua parola-immagine e parola-verso, per dirla sinteticamente.

I suoi versi, con l’endecasillabo rivalorizzato in chiave contemporanea, sforbiciavano la sintassi, creando un’ossatura che fu ben presto accettata dai lettori, l’elemento essenziale era l’uomo e le sue emozioni, la vita e la morte. Grazie a lui abbiamo avuto la possibilità di leggere importanti traduzioni delle opere di Omero, Lucrezio, Virgilio, Shakespeare, di Racine.

Dopo la Nebbia

Scritta durante la guerra, nei violenti scontri nel Bosco di Courton, Luglio 1918, questa poesia, come la famosissima Soldati, rientra nelle poesie dedicate alla tragica vita del soldato. Ecco il testo, tratto da Giuseppe Ungaretti, Vita di un uomo. Tutte le poesie, Milano, Meridiani Mondadori 1969:

Dopo la nebbia  

Dopo tanta
nebbia
a una
a una
si svelano
le stelle.
Respiro
il fresco
che mi lascia
il colore
del cielo

Il senso letterale è molto chiaro, c’è la nebbia, che a poco a poco si dirada e svela un bellissimo cielo stellato, che il poeta respira a pieni polmoni. Eppure si scorge la drammaticità. Ciò che è naturale, vedere il cielo stellato, diventa un fenomeno che lascia senza fiato. La nebbia, metafora di qualcosa che nasconde la realtà circostanziale, crea un muro tra il proprio ego e il mondo circostante. Non è nebbia…è la fine dello scontro a fuoco in una trincea, la conclusione del silenzio per il sopravvenire dei gemiti dei feriti, l’odore aspro delle cartucce esplose.

Eppure essa significa anche altro. Siamo esseri umani, ingannati da guerre false, che come nebbia, non ci mostrano la vera realtà: è giusto uccidere un nemico, che in altre circostanze sarebbe stato un ottimo interlocutore letterario? E’ giusto che una pallottola prenda il tuo compagno di infanzia e non te? Tanti interrogativi che annebbiano la mente, che solo attraverso il cielo stellato riesce a vedere quanta calma apparente c’è nell’universo e quanta violenza tra gli uomini. Le stelle non sono calma per una mente sconvolta dall’esperienza bellica sono anche le anime dei soldati, che a poco a poco riempiono il firmamento, occupando spazi liberi.

Il grigio per alcuni non è un colore, è una linea di confine tra bianco e nero, una sorta di purgatorio cromatico, che il poeta sostituisce con il colore del cielo. Parola – immagine, dicevamo, questo componimento ne è un esempio. Pochi lemmi, così elencati, singolarmente o in coppie, che danno vita al pensiero di un uomo, tanto tragico ma apparentemente nascosto dietro parole, come la nebbia che non rivela l’essenzialità.