La povertà infantile nei versi di Reinaldo Arenas

La povertà infantile nei versi di Reinaldo Arenas

Cuba, lo stato delle contraddizioni. Se da un lato abbiamo la lotta alla mortalità infantile dall’altro cresce la povertà. Come già ho trattato in altri articoli, in molti paesi è ancora molto presente e pressante la miseria della popolazione, costretta a non mandare i figli a scuola per farli lavorare e guadagnare.

Nell’eterna lotta diplomatica America-Cuba, anche l’obiettivo di evitare l’alto tasso di mortalità infantile nel regime cubano sembra una mossa politica, sebbene il risultato raggiunto è ègregio. Ma a cosa serve far nascere un bambino, se poi lo Stato e la famiglia non lo sostengono al fine di una crescita sana e morale all’interno della società? Forse ciò se lo è chiesto anche Reinaldo Arenas, il poeta che conosceremo oggi.

Reinaldo Arenas, la poesia come testimonianza

A Cuba lo ricordano Reinaldo Arenas, classe ’43, morto nel 1990, perché fu un combattente. Un guerrafondaio della parola contro il regime dittatoriale di Fidel Castro. Suo maestro fu il grande poeta orfico cubano Josè Lezama Lima (1910-1976). Quando si è giovani, la lotta la si ha nell’animo, proprio come Reinaldo ma allorché la violenza delle milizie ti penetra dentro orribilmente, la tua vita cambia per sempre. Se ci si mette anche l’essere omosessuale in un mondo fortemente omofobo allora la tua esistenza potrebbe essere un inferno: con questa accusa (ma accusa di che?) venne incarcerato nel 1973 dove fu torturato ma la forza della sua mano gli permise di scrivere poesie che fece pervenire ad un turista, linguaggio in codice per denunciare al mondo la sua misera condizione: la fuga non riuscì.

Solo nel 1980, quando Castro decise di cacciare via dal paese gli omosessuali, si salvò, scappò dall’inferno, grazie al semplice mutamento del cognome, che divenne Arinas. Assoporò la libertà a New York nel 1987 ma la vendetta di Fidel sembrava rincorrerlo per fargliela pagare: scoprì di essere sieropositivo. Il colpo di grazia. Prima di suicidarsi, diede alle stampe la sua autobiografia, “Prima che sia notte” (edito da Guanda, 2016) che divenne anche un toccante film. Di lui ricorderemo l’amore per il suo paese e le sue poesie, scritte con quella stessa mano per mezzo della quale si diede la morte. Molte le opere purtroppo introvabili in Italia.  

Io sono quel bambino e la tragicità della povertà infantile

Io sono quel bambino con la faccia tonda e sporca,
che in ogni angolo ti infastidisce
con il suo “mi dai una monetina”?
Io sono quel bambino con la faccia tonda e sporca, certamente non voluto, che da lontano
contempla gli autobus, in cui gli altri bambini ridono
forte, e fanno salti molto grandi.
Io sono quel bambino antipatico, certamente non voluto, con la faccia tonda e sporca
che sotto gli enormi lampioni o sotto le prostitute
anch’esse illuminate, o davanti alle fanciulle
che sembrano levitare, proietta l’insulto della sua faccia tonda e sporca.
Io sono quel bambino di sempre, arrabbiato e solo,
che ti lancia l’insulto di quell’arrabbiato bambino di sempre e ti avverte: “se ipocritamente mi accarezzi
sulla testa, io coglierò l’occasione
per rubarti il portafoglio”.
Io sono quel bambino di sempre, davanti al panorama
di terrore imminente, lebbra imminente, pulci imminenti,
di offese e di crimine imminente.
Io sono quel bambino disgustoso che improvvisa un letto con un vecchio scatolone
e aspetta, certo, che verrai con me.

Leggendo questi versi la prima immagine che mi viene in mente sono quei video di turisti improvvisati che viaggiano nel Sud Est asiatico o in Brasile e vengono circondati da bambini sporchi, dallo sguardo furbo o spento, pronti a essere servizievoli con i turisti. Quello che impressiona di questa poesia è l’assordante ripetizione anaforica di “Io sono quel bambino” e ci si pone una domanda: parla il bambino che vuole testimoniare la sua deplorevole vita o un adulto che ha vissuto quell’infanzia così dura? In più aleggia e serpeggia il disprezzo della gente che la pelle del piccolo assorbe da parte dei giudizi degli altri, inerenti la sua sfera fisica, emotiva e morale.

Qui c’è tutta la condanna di una società che ha fallito su tutto, la sanità, l’educazione, il lavoro e purtroppo a pagarlo è sempre il mondo dell’infanzia. Quanti niños saranno assoldati dai cartelli della droga, da bande di criminali senza scrupoli e finiranno la loro vita uccisi o in carcere, con qualche figlio piccolo abbandonato chissà dove…. e secondo voi, si ripeterà la stessa infinite triste pellicola o qualcosa potrebbe cambiare?