La Shoah nei versi di Quasimodo

La Shoah nei versi di Quasimodo

Il giorno della memoria, del ricordo, dei silenzi, delle urla che immaginiamo e che non sentiamo, del senso di oppressione dei vagoni merci, dove tutti appiattiti già si moriva, del freddo su corpi scheletrici, di fumo che puzza di vita, di fruste che lasciano piaghe, di piaghe scarnificanti la pelle, di innocenza devastata, distrutta, estinta. Questo è stata la Shoah per chi l’ha vissuta, di chi ha cercato di narrarla, di riportarla sulla carta, perché la carta è ancora testimonianza di chi non c’è più, sebbene la carta può essere bruciata, gettata, macerata ma chi ha scritto ha testimoniato prima che ciò potesse accadere.

Morti devastati anche dopo la morte, cimiteri dissacrati, tombe violate, perché l’incubo in piccole dosi esiste ancora e l’Europa ancora non l’ha compreso pienamente. La Shoah è anche il ricordo di coloro che riuscirono a salvare tante vite, a costo anche della propria, sfidando una gerarchia che era capace di distruggere con la tortura oltre che il corpo anche la mente delle vittime. La poesia di oggi è dedicata a tutte le vittime del nazismo.

Salvatore Quasimodo, Auschwitz

Ho deciso di non commentare la poesia perché dinanzi a simili tragedie è importante commemorare non interpretare.

Auschwitz

Laggiù, ad Auschwitz, lontano dalla Vistola,
amore, lungo la pianura nordica,
in un campo di morte: fredda, funebre,
la pioggia sulla ruggine dei pali
e i grovigli di ferro dei recinti:
e non albero o uccelli nell’aria grigia
o su dal nostro pensiero, ma inerzia
e dolore che la memoria lascia
al suo silenzio senza ironia o ira.

Tu non vuoi elegie, idilli: solo
ragioni della nostra sorte, qui,
tu, tenera ai contrasti della mente,
incerta a una presenza
chiara della vita. E la vita è qui,
in ogni no che pare una certezza:
qui udremo piangere l’angelo il mostro
le nostre ore future
battere l’al di là, che è qui, in eterno
e in movimento, non in un’immagine
di sogni, di possibile pietà.
E qui le metamorfosi, qui i miti.
Senza nome di simboli o d’un dio,
sono cronaca, luoghi della terra,
sono Auschwitz, amore. Come subito
si mutò in fumo d’ombra
il caro corpo d’Alfeo e d’Aretusa!

Da quell’inferno aperto da una scritta
bianca: “Il lavoro vi renderà liberi”
uscì continuo il fumo
di migliaia di donne spinte fuori
all’alba dai canili contro il muro
del tiro a segno o soffocate urlando
misericordia all’acqua con la bocca
di scheletro sotto le docce a gas.
Le troverai tu, soldato, nella tua
storia in forme di fiumi, d’animali,
o sei tu pure cenere d’Auschwitz,
medaglia di silenzio?
Restano lunghe trecce chiuse in urne
di vetro ancora strette da amuleti
e ombre infinite di piccole scarpe
e di sciarpe d’ebrei: sono reliquie
d’un tempo di saggezza, di sapienza
dell’uomo che si fa misura d’armi,
sono i miti, le nostre metamorfosi.

Sulle distese dove amore e pianto
marcirono e pietà, sotto la pioggia,
laggiù, batteva un no dentro di noi,
un no alla morte, morta ad Auschwitz,
per non ripetere, da quella buca
di cenere, la morte.