La trasfigurazione di Raffaello, il vero manifesto del Rinascimento

Conservata nella Pinacoteca Vaticana, La trasfigurazione è senza dubbio una delle opere più rappresentative di Raffaello, nonchè una delle più imponenti (410×279 cm).

Il dipinto fu commissionato dal cardinale Giulio Dé Medici per la cattedrale di Narbonne alla fine del 1516 e non fu mai terminato dall’artista, che morì pochi anni dopo nel 1520, all’età di 37 anni. Ad ultimare l’opera fu il pittore Giulio Romano.

Prima di introdurre il commento all’opera è doveroso spendere due parole su un così grande genio.

Raffaello Sanzio, nato ad Urbino il 6 aprile 1483 e scomparso a  Roma il 6 aprile 1520, è stato un pittore e architetto italiano, tra i più celebri del Rinascimento. Allievo del Perugino, fu a Firenze tra il 1504 e il 1508, ove ricevette l’influsso di Leonardo e Michelangelo. Affrescò le Stanze vaticane incaricato da Giulio II e le Logge vaticane, stavolta per ordine di Leone X. Durante la lunga esperienza romana Raffaello maturò uno stile basato sulle armonie delle forme classiche, sulla chiarezza dell’ordine compositivo e della struttura spaziale. Tra le sue opere più importanti si annoverano La madonna del cardellino,  il Trionfo di Galatea, la Deposizione e la stessa Trasfigurazione

L’opera dovette certamente avere un grande successo già all’epoca: “la più celebrata, la più bella e la più divina”, così la definì il Vasari.

E in effetti non aveva torto: la stessa scena ha del trascendentale; lo schema compositivo vede rappresentati due episodi del vangelo secondo Matteo, la trasfigurazione di Gesù e l’apparizione mistica di Mosè e di Elia; in secondo piano, rispetto alla collina dove si svolgono le due azioni principali, si trovano in adorazione gli apostoli Pietro, Giovanni e Giacomo; in fondo, vi sono altri discepoli ed un bambino ossesso e in preda a convulsioni, che sarà guarito da Gesù.

Realizzata con un’eccezionale uso della tempera grassa, La trasfigurazione si caratterizza per uno straordinario utilizzo della luce. Si noti, infatti, l’innaturale contrasto che vede Gesù circondato da una grande aura lucente (lo stesso discorso vale anche per Elia e Mosé, sebbene in proporzioni minori) e le tenebre entro cui sono avvolti i suoi seguaci; sicuramente, l’artista in questa maniera intendeva esprimere la trascendenza del divino rispetto a ciò che è mortale.

L’uso della prospettiva è tale che le tre figure bibliche sembrano alienarsi dal contesto, quasi fossero sullo sfondo rispetto a quello che è lo stupore e la straordinaria emozione della gente che assiste a fenomeni così prodigiosi.

Ancora una volta, probabilmente, l’artista cerca di definire la distanza fra Gesù, divino e quindi perfetto, e l’uomo, soggetto alla corruzione del corpo e dello spirito; d’altra parte, le stesse espressioni dei personaggi la dicono lunga a proposito di questa lontananza: si noti in Cristo un’espressione assorta nella sola adorazione del padre, quasi indifferente nei confronti della folla che, invece, comprensibilmente, sembra incapace di non manifestare la propria genuina emozione, quasi ingenua, dando alla scena una straordinaria carica di pathos.

Perfino lo schema compositivo denuncia con efficacia la straordinaria influenza dell’arte classica sull’urbinate: la scena sembra inscritta in un triangolo che sembra contenerne altri 10. Cosa c’è di particolare in questo dettaglio che, a prima vista, potrebbe sembrare irrilevante? Il triangolo era, secondo la dottrina pitagorica, la figura perfetta, in quanto in essa erano inscrivibili altre dieci di queste figure; il 10 era il numero perfetto, da qui la famosa decade pitagorica.

La linea che usa Raffaello è morbida, molto più simile a quella di Leonardo che a quella di Michelangelo, e la vasta gamma di colori utilizzata accentua il realismo dell’opera. Raffaello era unico, eppure la sua arte era perfettamente conforme all’epoca in cui è vissuto: straordinaria carica emotiva e perfetto equilibrio di forme e proporzioni.

Uno dei primi confronti che possono venire in mente parlando del Sanzio è quello con il Buonarroti; se il secondo esprime attraverso la propria arte il disagio interiore che imperversa nel suo animo, il primo è l’apoteosi dell’uomo rinascimentale, incline all’osservazione estatica della natura e dei modelli classici.

Loading...