L’Arcivescovo Pietro Lagnese inizia il ministero episcopale nella Chiesa di Capua

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«Uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni». La casa di Simone e Andrea, stasera, è questa chiesa Cattedrale. Siamo noi la dimora dove viene il Signore Gesù. È Lui, soltanto Lui lo Sposo, il vero Pastore, l’Unico che è degno di ricevere l’onore, la gloria e la potenza. È Lui che entra, che fa il suo ingresso nella Sua Chiesa. Il Risorto, Colui che vive e regna, viene in questa santa assemblea che è la sua casa – anzi la sua sposa – perché, come nella casa di Betania, si riempia del Suo profumo e della Sua presenza (cfr. Gv 12,3). Viene nonostante le nostre malattie, anzi proprio perché siamo malati, come per la suocera di Simone.

Di questa presenza, se – come scriveva san Paolo VI – la Chiesa è nel mondo “un segno insieme opaco e luminoso” (cfr. Evangelii nuntiandi, 15), il vescovo che si presenta a voi è, soprattutto e più di tutti, un segno opaco, anzi opacissimo, particolarmente povero e debole.

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Lo dico anzitutto in considerazione del ministero altissimo di successore degli Apostoli che mi è stato affidato, ma anche pensando a tutti coloro che, prima di me, si sono succeduti sulla Cattedra di questa gloriosa e antichissima Chiesa; a cominciare dai santi vescovi dei primi secoli, per giungere a san Roberto Bellarmino, nostro patrono e Dottore della Chiesa, al card. Alfonso Capecelatro, a Gennaro Cosenza, mio predecessore anche a Caserta, fino ad arrivare a oggi, a mons. Visco, passando per gli arcivescovi del mio tempo, quelli che hanno segnato il mio cammino di cristiano e di prete: mons. Tommaso Leonetti, mons. Luigi Diligenza, e mons. Bruno Schettino. Mons. Diligenza, vescovo della mia vocazione, proprio qui, in questa Cattedrale, il 1° maggio di 38 anni fa, mi ordinò presbitero insieme al carissimo don Peppino Tubiello, ora molto malato e, perciò, non presente qui; di mons. Diligenza conservo, immutati, il ricordo e la riconoscenza per i tanti esempi belli ricevuti, primo fra tutti quello della preghiera; di mons. Bruno Schettino, vescovo del tempo della mia maturità, custodisco la passione e l’entusiasmo con cui servì la Chiesa. Alla loro preghiera mi affido e a quella dei nostri cari defunti, a cominciare dai tanti preti che sono passati negli undici anni in cui il Signore mi ha chiesto di stare altrove; quanti ne sono morti: ultimo, pochi giorni fa, il carissimo don Mimì Piccirillo!

Il Vescovo che oggi viene – figlio di questa Chiesa e, da oggi, vostro padre – sa di essere poca cosa e che ha bisogno, anche perciò, della preghiera di tanti e di tutti voi. Ed è per questo che siamo qui! Vogliamo chiedere al Signore, che mi ricolmi ancora del Suo Spirito e ne faccia dono anche alle Chiese di Capua e di Caserta, da questa sera chiamate a prendersi per mano per camminare insieme. Sì, siamo qui per questo: per invocare lo Spirito! Ringrazio perciò tutti voi che questa sera siete qui a pregare con me e, innanzitutto, i confratelli vescovi, con il metropolita, Mons. Battaglia, venuti a sostenermi in questo momento di nuovo inizio a Capua. Un abbraccio fraterno a S. E. Mons. Palinuro, Vicario Apostolico di Istanbul, anche egli qui questa sera, con l’assicurazione della nostra preghiera per lui e per Chiesa di cui è pastore, oggetto nei giorni scorsi di un vile attentato terroristico. A S. E. Mons. Salvatore Visco, per oltre dieci anni arcivescovo di questa Chiesa, dal quale questa sera ricevo il pastorale, il mio e nostro più caloroso abbraccio. Grazie, carissimo Salvatore, per la tua accoglienza e per la fraternità; grazie per il prezioso servizio, attento e puntuale, reso alla Chiesa di Capua in tutti questi anni; e grazie, infine, per il sostegno della preghiera che – ci hai assicurato – continuerai a offrire a me e alla Diocesi.

Mentre rinnovo il mio saluto alle Autorità civili e militari – già incontrate poco fa nel Teatro della Città – con amicizia accolgo i rappresentanti delle altre religioni, con i quali condivido il sogno della pace, e abbraccio i fratelli delle altre confessioni cristiane: con loro chiedo all’unico Signore il dono dell’unità e che le nostre diversità non siano di ostacolo alla comunione nella Chiesa.

Un saluto particolare rivolgo ai nostri carissimi presbiteri, ai diaconi, ai seminaristi, ai religiosi e alle religiose, alle sorelle e fratelli delle Aggregazioni laicali, alle parrocchie dell’Arcidiocesi, a cominciare dall’amata comunità di Santa Maria dell’Agnena in Vitulazio.

Con vivo affetto saluto la Chiesa di Caserta, di cui sono vescovo da tre anni: è qui presente con i preti, i diaconi, le consacrate, ma anche con tanti laici. Siamo venuti, in un certo senso, insieme! Grazie, Chiesa di Caserta, per la preghiera e per esserti detta pronta a fare la tua parte in un cammino nuovo, di certo impegnativo, ma che, con l’aiuto di tutti, potrà rivelarsi sicuramente fecondo per noi e per la nostra gente.

Saluto i miei familiari e tutti gli amici presenti; gli altri presbiteri, religiosi e laici provenienti da altre Chiese e comunità, i compagni di seminario. È qui anche, con il Vescovo Carlo, una bella e vivace rappresentanza dell’Isola d’Ischia: grazie per aver attraversato il mare; per essere qui con me questa sera; a tutta l’Isola dico: grazie Ischia; grazie per avermi supportato e sopportato!

Saluto e ringrazio per l’offerta della loro sofferenza e della loro preghiera gli anziani, i disabili, i malati; quelli che sono qui e quanti ci seguono sui social; anche per loro offro, questa sera, l’Eucaristia. Oggi il Vangelo ci parla proprio dei malati, che Gesù incontra e risana; la loro presenza per me è un dono: mi ricorda – come dice Giobbe questa sera – “che un soffio è la mia vita” e mi dice di non dimenticare che malato, nel cuore e nell’anima, lo sono pure io.

Un saluto e un grazie speciali alle tante claustrali che da tempo pregano per me e sono spiritualmente unite a noi questa sera.

Innanzitutto, a Papa Francesco, in questo momento, va il mio pensiero. Nel ringraziarlo per la fiducia che di nuovo ha riposto in me, gli rinnovo l’assicurazione della mia costante preghiera, e – insieme a essa – la mia piena comunione e l’adesione al suo universale Magistero perché si realizzi una Chiesa più vicina alle persone, meno burocratica e più attenta alle relazioni, più casa, come quella di Simone e Andrea, casa e famiglia di Dio.

Ogni domenica, anzi ogni giorno, il Signore ci fa ascoltare una sua Parola. Quella di questa sera, in modo particolare, la riconosco, per me e per voi, come un dono di Dio, un Suo regalo, una luce per aiutarmi a capire come dovrò essere vescovo in mezzo a voi ma, anche, quale lo stile che le nostre Chiese dovranno assumere e, forse anche, quale il senso di questa unione che il Papa ci chiede, da dove partire, e come fare per realizzarla. Voglio trovare un senso… vogliamo trovare un senso a questa unione perché, ad ascoltare bene questa sera la Parola, forse un senso questa unione ce l’ha…

Il Vangelo di questa sera, che segna l’inizio del mio ministero, mi piace particolarmente, perché parla proprio di inizi: siamo, infatti, alle battute iniziali della missione di Gesù. Quella che Marco ci presenta, è la sua prima giornata. Una giornata-tipo; e, perciò, per noi un prototipo, una traccia per fare, anzi, per essere come Lui. È Lui, infatti, solo Lui – il Signore Gesù – il modello, in cui la Chiesa si deve specchiare. Ogni rinnovamento ecclesiale non può non partire se non dal guardarlo e dal lasciarsi guardare da Lui, per scoprirci, nonostante le nostre malattie, Sposa amata dal Signore, per la quale Egli ha dato sé stesso, perché dinanzi a Lui sia senza macchia né ruga, ma santa e immacolata (cfr. Ef 5, 27-28). Chiesa di Capua, sei amata dal Signore: sia questo il tuo vanto!

Il brano di Marco ci propone, in particolare, la seconda parte di quella “prima giornata” di Gesù: un sabato. Dalla sinagoga alla casa di Simone, la guarigione della suocera, senza dir nulla, soltanto prendendola per mano; poi l’incontro con tanti malati e indemoniati, e, al mattino dopo, quando ancora è buio, in un luogo deserto a pregare. E da lì la decisione di andare altrove, per predicare anche là; per questo infatti – dice a Simone – sono venuto!

Gesù è venuto, dunque, per portare il Vangelo! È Lui stesso il Vangelo! Chi lo accoglie guarisce, anzi resuscita e diventa capace di servire. È questo il cuore del nostro brano. Se questa è la missione di Gesù, il motivo per cui è venuto, la missione della Chiesa e del vescovo è continuare la Sua azione, anzi renderla presente; dunque, la stessa di Gesù: annunciare il Vangelo e farlo vedere.

“Il mandato d’evangelizzare tutti gli uomini – scriveva circa 50 anni fa san Paolo VI nell’Evangelii Nuntiandi – costituisce la missione essenziale della Chiesa […]. Evangelizzare, infatti, è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare” (14).

Se questa è la sua vocazione, allora se non evangelizza non ha ragion d’essere, non ha motivo di esistere. E anche per il vescovo è così – e così per i preti e per tutti i battezzati – «per questo infatti sono venuto»: dice Gesù! Anche io vorrei dirvi così: sono venuto per il Vangelo; sono stato mandato ad annunciare il Vangelo. Non c’è altro motivo per cui io stia qui, per cui sia vescovo, per cui siamo preti, cristiani! Perciò, anche io con l’Apostolo voglio attestare: «guai a me se non annuncio il Vangelo!»; e dirvi: non è una «mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato». È, perciò, per me una necessità annunciare il Vangelo (cfr. 1 Cor 9,16-19).

Sì, la Chiesa esiste per evangelizzare, ma tante volte lo dimentica. E quando ciò accade, diventa triste, perde la gioia, si ammala, come la suocera di Simone, che era a letto con la febbre: una donna inferma, incapace di stare in piedi, che non aveva più la forza di servire. Di lei non sappiamo quasi nulla; Marco ci dice solo che era la suocera di Simone, ma della figlia non fa cenno: che forse sia morta? Sebbene un altro testo sembri smentirlo (cfr. 1Cor 9,4-5), molti commentatori avanzano questa ipotesi. Se fosse così, in questa donna potremmo vedere tutti coloro che sono delusi dalla vita, stanchi, tristi, arrabbiati, – innanzitutto a essi il Signore ci manda! – quanti forse si aspettavano una vita diversa e ora non sperano più; non credono più a chi dice che le cose cambieranno. In questa donna potremmo vedere, però, anche le nostre Chiese, le nostre comunità, le nostre realtà ecclesiali: dunque, un’icona della Chiesa; una Chiesa forse come questa donna, malata, che ha perso la forza di servire, o di vivere, che poi è la stessa cosa.

Sì,   quando si smette di accogliere il Vangelo e di annunciarlo, perdendo il gusto di una vita piena e di una liberazione che il Signore vuole donarci senza interruzione, allora la Chiesa rischia di ammalarsi, di entrare nell’accidia, in una tristezza dolciastra che guasta anche la memoria del passato, che invece di generare una nuova passione per la vita, finisce per alimentare il malinconico ricordo di un tempo che non c’è più o che forse non c’è mai stato. È la sindrome di chi vive bloccato nella memoria del passato e dei tempi belli che furono: noi… quelli che eravamo tanti, noi… quelli che eravamo forti, importanti, noi… quelli che quando si parlava, tutti stavano ad ascoltarci, noi… quelli delle chiese piene. Ora invece… – come ci riesce bene questa parte, staremmo a recitarla per ore! – ora invece, parafrasando la preghiera di Azaria, noi siamo diventati piccoli più di tutti gli altri, ora siamo stati umiliati; ora non abbiamo più – qualcuno starà pensando – …neanche un vescovo tutto per noi! Se questo modo di ragionare generasse un desiderio sincero di conversione, un rinnovato zelo pastorale, una voglia nuova di cambiamento, sarebbe, forse, come nel testo di Daniele (3,37-38), un pensiero buono. Invece, spesso, si rivela essere cattivo, velenoso, anzi diabolico, prima di tutto perché non del tutto rispondente alla realtà  – non è vero che tutto sia nero e tutto vada male; dirlo significherebbe avere l’occhio malato, significherebbe essere un po’ come l’empio che, dice il salmista, quando vede il bene non lo vede; e, invece, in mezzo a noi, accanto a ciò che non va, c’è tanto bene che avanza e cresce: quanto bene c’è nelle nostre comunità, quanto bene c’è nella Chiesa di Capua; quanti cristiani impegnati e quanti preti, consacrati, che provano a fare sul serio! – ma quel pensiero è velenoso, soprattutto perché, il più delle volte, immobilizza, paralizza; dunque un pensiero malato, che spegne la speranza, che genera uno sguardo tutto ripiegato su di sé, preoccupato di logiche del mondo e tutto spinto all’indietro. La conseguenza – ci ripete spesso il Papa – è una Chiesa da museo, una Chiesa tutta arroccata sul passato, nelle zone protette del “si è sempre fatto così”, che si attarda in questioni di poco conto, di interessi – i suoi e non quelli di Cristo -, di tornaconti personali e di potere. Una tentazione dietro l’angolo, da cui non furono esenti gli stessi dodici che, sempre a Cafarnao, proprio nella stessa casa di Simone, si mostrarono preoccupati di chi tra loro fosse il più grande (9, 33-37).

Quando invece la Chiesa si rimette alla scuola del Vangelo e si pone nuovamente ad annunciarlo, essa torna a essere giovane e scopre la bellezza del dono che è il Cristo vivo, il Crocifisso Risorto, dono ricevuto e da trasmettere. E ritrova la gioia di servire. È ciò che accadde alla suocera di Simone quando Gesù le si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva».

Duc in altum” – «prendi il largo e gettate le reti per la pesca» (Lc 5,4): a partire da questa parola di Gesù, la scorsa estate, papa Francesco, invitava le Chiese del Portogallo a scrollarsi di dosso quella rassegnazione amara, che è come un verme che guasta l’anima, e ai consacrati, ai preti, ai vescovi, diceva: “vuoi solo conservare il passato che hai alle spalle oppure gettare nuovamente con entusiasmo le reti per la pesca?”. E aggiungeva: “Gettare di nuovo le reti e abbracciare il mondo con la speranza del Vangelo: a questo siamo chiamati! Non è tempo di fermarsi, non è tempo di arrendersi, non è tempo di ormeggiare la barca a riva o di guardarsi indietro; non dobbiamo fuggire questo tempo perché ci spaventa e rifugiarci in forme e stili del passato. No, questo è il tempo di grazia che il Signore ci dà per avventurarci nel mare dell’evangelizzazione e della missione”.

Perché ciò avvenga, perché si rimetta al centro l’impegno per l’evangelizzazione, la Chiesa dev’essere disponibile a ripensarsi, pronta – se ostacolano l’annuncio del Vangelo – a rivedere anche le sue strutture e la sua organizzazione, per ritornare a essere più estroversa, meno concentrata a guardarsi allo specchio, una Chiesa che non sia preda di una sorta d’introversione ecclesiale: sta qui, a me pare, il senso della decisione del Papa di unire in Italia in persona episcopi tante Chiese, e tra  esse, anche quelle di Capua e di Caserta!

È quanto il Signore domanda alle nostre Chiese, invitate ad allargare lo spazio della propria tenda; è ciò che il Signore chiede, innanzitutto, a me – da oggi chiamato a dilatare il cuore – ma anche a voi, carissimi presbiteri, che con il vescovo, nell’unico presbiterio, siete i primi responsabili dell’annuncio del Vangelo, non solo nelle vostre parrocchie, ma in tutta la Diocesi. Meno ingessati, meno seduti, dichiariamoci perciò disponibili al cambiamento, pronti a traslocare, capaci di metterci in cammino e di farlo insieme, rifuggendo da personalismi e rivalità, sapendo che la missione non si fa da soli e la comunione è il primo segno che rende credibile l’annuncio del Vangelo.

«Mi sono fatto servo di tutti…. Mi sono fatto debole per i deboli…; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno» (1Cor 9, 19.22-23): Carissimi presbiteri, come sarebbe bello se, alla fine della nostra vita, con san Paolo, potessimo dire anche noi così!

Chiesa di Capua, tu sei una Chiesa ricca: intendo dire ricca di storia, di arte, di cultura, ricca per le tante persone illuminate e dotte che hanno reso celebre e glorioso il tuo passato anche recente, ma soprattutto ricca di una tradizione bimillenaria di vita cristiana e di santità, tanto da meritare il titolo di Chiesa “celeberrima e feconda madre di santi”, secondo la nota espressione di San Paolino di Nola. Sì, per aver generato tanti cristiani e santi, a ben ragione sei chiamata “feconda madre”; come le matres matutae, divenute simbolo di questa Città di Capua. Da dove viene quella fecondità? Dal Vangelo! La tua vera ricchezza sia perciò il Vangelo: l’unico tesoro che non marcisce, la vera grazia di cui il mondo ha bisogno. 

Chiesa di Capua, il territorio nel quale tu vivi, questa terra nella quale Dio ti ha posto, ha bisogno di te, ha bisogno del Vangelo, di chi lo annunci e lo faccia vedere; ne ha bisogno come il pane, come l’aria! C’è tanto da fare e hai tanto da dare: a questo territorio, complesso, segnato da mille contraddizioni e difficoltà, ma anche ricco di tante risorse e opportunità; con i suoi paesi, le sue città, le aree agricole, quelle industriali e di commercio, i tanti siti di arte e di cultura, e il litorale di Castel Volturno, 27 Km di costa, – da Pescopagano a Ischitella, terra di Zabulon e di Neftali, sulla via del mare, vera Galilea delle genti – terra di meticciato, terra spesso senza diritti e dignità, per tanti, migranti e non solo, terra di missione in cui la Chiesa, chiamata a essere segno del Vangelo e profezia del Regno che viene, si gioca buona parte della sua credibilità.

Sì, c’è bisogno di Vangelo! Ne hanno bisogno i giovani, esperti oggi in tante cose ma lasciati spesso analfabeti nelle relazioni; ne hanno bisogno le famiglie, sovente incapaci di stabilità, con la paura del domani e, anche perciò, di fare figli; ne hanno bisogno i malati e le persone sole, i poveri, quanti pagano il conto di scelte sbagliate del passato, quanti sono senza speranza.

Da dove partire? Come fare per testimoniare il Vangelo, offrendo come Gesù, vicinanza, tenerezza e compassione? Ci dice Marco che, dopo un’intera giornata vissuta a predicare, a incontrare la gente, a guarire, a scacciare i demoni, Gesù «al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava» (1,35). Gesù avverte il bisogno di stare con il Padre. Nella preghiera, nel colloquio intimo con Lui, trova la forza per ripartire, per ricominciare, per dire a Simone: andiamocene altrove… È quanto il Signore chiede anche a noi, se come Chiesa vogliamo ritrovare la gioia di evangelizzare. Sì, per annunciare il Vangelo, per credere nella forza della Parola – che ha il potere di sanare i cuori, di rialzare, di liberare – per poter accogliere l’invito del Signore che ci chiede ogni giorno di fidarci nuovamente e, nonostante i fallimenti, sulla Sua Parola gettare le reti ancora, non basta la nostra buona volontà – dopo un po’ verrà meno! – e neppure servono da sole le programmazioni, i piani pastorali, le strategie di azione; occorre, invece, prima di tutto, la preghiera; sì, tanta preghiera, che è relazione d’amore col Signore, che è incontro con Colui dal quale sappiamo di essere amati. È lì, nella preghiera, che si supera la tentazione di mollare o di ridursi a fare una pastorale senza cuore e, perciò, “della nostalgia e dei lamenti”. Carissimi, riscopriamo la centralità della preghiera, specie in questo anno, in preparazione al Giubileo, a essa dedicato. È lì che si trova la forza per ricominciare – umili, disinteressati e beati – daccapo, ogni giorno: ricominciare – come a Emmaus – a essere cristiani, a essere discepoli-missionari, e dentro quella grazia, a rispondere ognuno alla propria vocazione.

È ciò che il Signore vuole innanzitutto da me! Che, cioè, io sia un uomo di preghiera; e, nella preghiera, sappia anche io, come fecero i discepoli per la suocera di Simone, parlare al Signore Gesù di voi. Sì, prima di parlare di Lui a voi, parlare a Lui di voi: pregare per voi, per la Chiesa, per i preti, per la gente, per chi è povero, è malato e muore; per portare a Lui, nella preghiera, le lacrime, le gioie, i sogni, i problemi, le paure, le grandi questioni da affrontare, le scelte da compiere … E ciò, prima di ogni altra cosa, prima di decidere e di fare.

Chiesa di Capua, stasera vorrei che lo prendessimo insieme questo impegno: io per te e tu per me. Sì, perché la suocera di Simone sono anche io. Cosa chiedere al Signore l’uno per l’altro? Domandiamogli la grazia di poter dire anche noi, insieme, come Paolo: Tutto io faccio per il Vangelo. È una grazia che fa bene innanzitutto a noi, perché solo così ne diventeremo partecipi: una grazia che ci impedisce di sfiorire e di cercare altrove, dove non c’è, la vita piena ed eterna che solo Lui può dare! Una grazia che Agata, la vergine patrona di questa Città, nella cui festa celebriamo l’Eucaristia, seppe accogliere e testimoniare, fino alla fine, fino anche a morire, ritenendo un vanto per lei, inerme ragazza, soffrire, con la forza di Dio, per il Vangelo!

Carissimi, tutto il vangelo di Marco, a guardare bene, è presentato dentro la storia di due donne: la prima è appunto la suocera di Simone, l’altra è la Maddalena, la donna che, liberata da sette demoni, il Risorto convertì in apostola apostolorum, evangelizzatrice degli apostoli. La prima è ciò che siamo, la seconda è ciò che Dio attende che diventiamo. Anzi, di più: ciò che, in verità, Dio vuole, è che diventiamo come Maria, la Madre Sua, la Donna sempre giovane, la serva del Signore, la Vergine fatta Chiesa, la Sposa innamorata che, senz’indugio, si mette in viaggio per servire, e, vergine feconda, magnifica il Signore! Noi stiamo tutti dentro questo cammino pasquale. È il cammino che il Signore ci chiede di fare. Per diventare una Chiesa come Maria lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza; una Chiesa che sa dire allo Sposo: “non hanno vino” e sa uscire per annunciare a tutti e ripetere a ognuno, senza stancarsi: “qualsiasi cosa vi dica, fatela” (Gv 2,3-4)!

È la grazia che chiedo per me e per te, amata Chiesa di Capua, da stasera affidata – insieme a quella di Caserta – alle mie cure. La depongo nelle mani di Maria, la Madre: a Lei mi affido e ti affido. E con Lei chiedo l’intercessione di Stefano, Agata e Roberto Bellarmino, invocando su tutti la benedizione del Signore.