L’assurdo caso del Circolo Nazionale di Caserta: l’ennesimo schiaffo alla cultura casertana

Un posto storico, quasi un luogo di culto per tanti casertani, il “Circolo Nazionale”, ubicato nel salotto “buono” della città, a piazza Dante, meglio nota come piazza Margherita, tra meno di un mese finirà la sua storia quasi bicentenario.

Bicentenario, ebbene si. Il “Circolo nazionale” esiste da circa centosettant’anni.

Prima di parlare delle dinamiche che porteranno alla sua scomparsa, e delle conseguenze di quest’ultima, sarebbe opportuno fornire qualche cenno circa la storia del circolo stesso, onde chiarire ulteriormente al lettore la grande perdita.

Già edificato nel 1836 come Casina militare, si tratta del sodalizio più antico di Caserta e provincia.

Fu ampliato e rafforzato nella sua originale funzione in seguito all’attentato subito dal re Ferdinando II, a Caserta, da parte di Agesilao Milano, soldato dell’esercito borbonico, l’otto dicembre del 1856.

In seguito all’Unità d’Italia gli ambienti assunsero la funzione attuale, cioè di circolo ricreativo, nonchè di trattoria e luogo di studio.

Divenuto un simbolo della presenza sabauda a Caserta, fu stabilito che la sua presidenza onoraria fosse prerogativa di tutti i re d’Italia.

I sovrani sabaudi non sono certo gli unici membri di spicco che possono essere annoverati nella storia del circolo.

In seguito alla “Grande guerra” ne divennero soci onorari il generale Armando Diaz e Ciro De Angelis, eroe di guerra casertano.

E allora cosa c’è all’origine della sua fine?

Semplice, il demanio ha messo all’asta gli ambienti del circolo all’insaputa dei suoi stessi soci.

Essi lamentano il fatto che le autorità locali, già in precedenza, non vi si fossero interessate, nonostante la legge sul federalismo demaniale culturale, la quale avrebbe permesso l’acquisizione gratuita degli ambienti da parte del comune.

Il presidente del circolo, Gianfranco Foglia, quando ci ha parlato della paradossale situazione che lo coinvolge in prima persona, più che irritato ci è apparso stoicamente rassegnato.

A Caserta non può sussistere nulla che non sia una pizzeria o un bar“, così ci dice uno dei soci.

Il problema è molto più grave di quanto si possa pensare.

L’appiattimento culturale di cui è vittima Caserta è una piaga, un germe silenzioso che progressivamente rischia di distruggere il tessuto sociale di una città che dovrebbe fondare il proprio progetto di crescita sula cultura stessa.

Io sono uno dei sacerdoti che porterà il morto al cimitero, lui (il presidente ndr) è il sacerdote capo“, così ci dice uno dei membri.

La questione trascende la mera diatriba relativa alla vendita degli ambienti, il problema è soprattutto etico e sociale.

Gli Habitués del circolo sono anziani, la maggioranza lo frequenta da una ventina d’anni, alcuni anche trenta, e privarli di quello che è per loro uno svago significa infliggere l’ennessimo colpo a questa terza età che, anzichè essere sostenuta, viene difatti dimenticata ed emarginata.

Non “snobbiamo” queste persone, siamo loro vicini, perchè se non dovessimo fare ciò, un giorno, se Dio vuole, quando saremo diventati  come loro, non avremo il diritto di invocare i “giovanotti” che ci vengano ad aiutare e saremo sopraffatti dalla consapevolezza che le nostre urla silenziose non verranno ascoltate.

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