Le malattie mentali e la lucida follia dello stigma, i consigli dello psicologo Elpidio Cecere su come ridurlo

Tu sei pazzo” così dicevano. I pazzi venivano considerati scomodi dal mondo. Dei pesi morti di cui la società si liberava. Chi era pazzo si comportava in maniera strana: piangeva all’improvviso, rideva senza ragione o per ragioni sbagliate e non seguiva i ritmi imposti.

Chi era pazzo faceva paura, doveva essere allontanato dal vivere comune. Quando però, Franco Basaglia, psichiatra illustre e direttore dell’ospedale psichiatrico di Gorizia, nel 1973, ruppe con una panchina di ghisa la recinzione del manicomio, avviò una rivoluzione culturale che sfociò nella legge 180 del 1978, portando alla definitiva chiusura dei manicomi.

La dignità fu il cavallo di battaglia della legge, dignità che fino a quel momento era inesistente per chi veniva considerato “pazzo”. Fino al 1968, la custodia della persona prevaleva sulla cura. Era diffusa l’idea secondo la quale, la patologia mentale fosse strettamente correlata ad una questione di pericolosità sociale, per sé e per gli altri. Il soggetto doveva essere custodito prima ancora che curato.

Oggi, la barzelletta del “tu sei pazzo devi essere rinchiuso” non ha possibilità di esistere, perché è venuta meno la giurisdizione che stabiliva l’allontanamento dei malati psichiatrici dalla società. Purtroppo, perdura lo stigma sociale. Con la parola stigma s’intende apporre delle qualità negative a persone o gruppi, tanto che l’OMS lo ha definito come un “marchio di vergogna e disgrazia” che porta ad escludere l’individuo stigmatizzato dai vari contesti sociali.

Chi soffre di un disturbo mentale, molto spesso, è costretto a nascondere la propria sofferenza, a mettere un tappo davanti ai sintomi, fino a quando non vi è lo scoppio irrimediabile che comporta un lento sgretolamento della propria vita. Lo stigma e la vergogna costituiscono un binomio che si ripresenta continuamente, molte persone infatti, hanno paura di essere ridicolizzate da amici, conoscenti o persino dai familiari e perciò tendono a mantenere nascosta la propria sofferenza.

Lo stigma influenza considerevolmente la vita di una persona che lo subisce, influisce negativamente sugli atteggiamenti e sui comportamenti, causando una bassa autostima, bassa autoefficacia e bassa motivazione che influiranno negativamente sulla percezione di sé, ostacolandone la guarigione.

Lo stigma è costituito da tre componenti principali: stereotipo, pregiudizio e discriminazione. Lo stereotipo è un’opinione astratta e precostituita, che non si fonda su valutazioni del singolo ma è un’attribuzione meccanica derivante dalla propria cultura; Il pregiudizio è un giudizio basato su idee, opinioni e argomentazioni personali, delle quali non si ha diretta e piena conoscenza; La discriminazione è un comportamento derivante dallo stereotipo e/o dal pregiudizio, che porta ad escludere ed emarginare la persona o il gruppo.

Cosa comporta lo stigma nei confronti di un disturbo mentale? La distanza sociale e il modellamento delle interazioni, caratterizzati da atteggiamenti di chiusura, alimentati dalla paura. La paura, è dunque, l’origine. Paura di cosa? Paura dell’imprevedibilità e della possibile perdita di controllo dell’altro, ma anche, paura di essere “contagiati” dalla tristezza e/o dalla bizzarria dell’altro.

Come si può ridurre lo stigma? Educando, informando e sensibilizzando. Si può partire col dare informazione mediche, ma soprattutto, parlare di storie di vita e su come lo stigma influisca negativamente sul modo di vivere delle persone. Un’azione che aiuterebbe a combattere lo stigma sociale, nei confronti della malattia mentale, è aggiustare la narrazione utilizzata dai mezzi di comunicazione.

Quest’ultimi, nel raccontare i fatti di cronaca, spesso, fanno un uso inappropriato di parole afferenti alla terminologia tipica del mondo della psichiatria e psicologia. Siamo abituati, molto spesso, a sentire che la causa di un reato venga attribuita al disturbo mentale: “era depresso” o “era schizofrenico”, oppure, si utilizzano espressione come “pazzo omicida” o ancora “follia omicida”.

In questi casi, erroneamente, viene creato un collegamento tra la malattia mentale e la violenza, l’imprevedibilità e la pericolosità. Questo utilizzo improprio inasprisce lo stigma sociale nei confronti della malattia mentale, dal momento che il pubblico crede che i giornalisti raccontino solo la verità, per cui le persone danno una certa credibilità alla notizia. Per questo motivo bisogna correggere il tiro e iniziare ad utilizzare le parole nella maniera giusta, dando loro il giusto peso.

Diventa necessaria una maggiore responsabilità morale nel fare informazione, al fine di andare a correggere i messaggi negativi e fuorvianti attraverso la divulgazione di messaggi positivi, di speranza, di cura e guarigione. Un’altra azione, non meno importante, è parlare di guarigione. È assolutamente possibile guarire da un disturbo mentale. A tal proposito, è bene parlare di storie di guarigione, utilizzando i dati scientifici derivanti da ricerche sui miglioramenti nelle cure. Concludendo, “La società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia.” (Basaglia, 1979). Dalla follia dei manicomi alla follia dello stigma, c’è ancora tanto da fare!

A cura di: Dott.ssa Giuseppina Angelino Daniele; Dott.ssa Martina Antico; Dott.ssa Chiara Castaldo con la supervisione dello Psicologo dott. Elpidio Cecere.