Le Piazze del Sapere avvia un percorso di riflessioni in memoria dell’omicidio di Jerry Masslo

Trenta anni fa nelle campagne di Villa Literno venne ammazzato Jerry Essan Masslo, un rifugiato politico originario del Sud Africa. Fu un episodio che scosse l’opinione pubblica nazionale e segnò una svolta sui temi dell’immigrazione, che portò all’inizio del mese di ottobre alla prima grande manifestazione nazionale.

Oggi bisogna ricordare quella tragica vicenda, non solo per rendere un giusto omaggio alle tante vittime della violenza razzista e camorrista, tra cui si può annoverare anche la grande Miriam Makeba, Mama Africa, deceduta a Castel Volturno in occasione di un concerto di solidarietà per i giovani ghanesi nella strage del mese di settembre 2008.

E’ arrivato il momento di fare una ricerca ed una analisi più dettagliata ed aggiornata per capire cosa e come è cambiata la realtà, quali novità e mutamenti sono intervenuti nel contesto sociale dell’area domiziana ed in Terra di Lavoro, che tanti continuano a definire una sorta di “Castel Volturno africana”(come ha scritto in un bel saggio Luigi Mosca). In particolare va messo sotto osservazione un fenomeno su cui si sono esercitati tanti giornalisti e scrittori, con articoli che hanno creato scalpore a livello internazionale. Qualcuno si è esercitato a rappresentare questa terra come una sorta di capitale del traffico di organi a livello mondiale. Su questo aspetto non sono ancora emersi riscontri concreti, se non alcune narrazione di testimoni non sempre affidabili.

Per non farsi condizionare da queste storie a volte fantasiose, è necessario avere una visione più approfondita della dimensione del fenomeno. Come si legge nel recente Rapporto della Dia, si è perfettamente inserita nel nostro territorio, avviando significative sinergie criminali con le organizzazioni mafiose autoctone e diventando essa stessa un’associazione di stampo mafioso. Stiamo parlando della mafia nigeriana cui la seconda Relazione semestrale 2018 della Dia dedica un capitolo a parte, a conferma dell’importanza che questa realtà sta assumendo in Italia. La stessa Cassazione ne ha esaltato i caratteri tipici della mafiosità, rappresentati dal vincolo associativo, dalla forza di intimidazione, dal controllo di parti del territorio e dalla realizzazione di profitti illeciti. Il tutto – osserva la Dia – “sommato ad una componente mistico-religiosa, a codici di comportamento ancestrali e a un uso indiscriminato della violenza”. La mafia nigeriana “è tribale e spietata, difficile da decifrare nelle dinamiche interne”.

Di certo quella nigeriana si segnala come una nuova mafia che qui opera in pieno accordo con la camorra dei casalesi, un problema ben lontano da una soluzione, come hanno sottolineato gli stessi magistrati. Con l’immigrazione in Italia di numerosi cittadini nigeriani anche rappresentanti di alcuni gruppi “cultisti” si sono radicati nelle nostre città seguendo logiche organizzative di tipo gerarchico e territoriale, come pure esistono dei rappresentanti nazionali regionali e locali organizzati fra loro in modo gerarchico. Si ritrova una presenza molto diffusa in alcune regioni dal Nord al Sud, da Torino fino a Palermo. Esistono degli organi collegiali al cui interno si individuano figure ben delineate cui sono rimesse le scelte fondamentali dell’associazione e le affiliazioni di nuovi aspiranti che seguono uno specifico rituale in relazione al diverso culto e riti tribali.

Alcuni gruppi si segnalano per la loro ferocia e crudeltà. Qui a Castel Volturno hanno trovato terreno fertile per attecchire nelle zone degradate del lungomare, nei viali in stato di abbandono: alcune villette sono state trasformate in “connection house”, dove le maman ed i capiclan organizzano le attività più losche: dal traffico di droga alla tratta delle donne per la prostituzione. Qui vengono accuditi anche tanti bambini, il cui destino non è ben chiaro (vengono venduti per adozione o nella peggiore delle ipotesi per traffico di organi umani). A livello globale, la mafia nigeriana sta diventando una vera protagonista del traffico di droga, forte di una rete che va dal Sudafrica al Brasile, all’India, agli Stati Uniti. Passando per l’Europa. Proprio l’Italia, insieme a Spagna e Regno Unito, è fra i nodi più importanti.

Sebbene il fenomeno sia stato descritto e denunciato, anche in alcuni libri di successo come quelli di Sergio Nazzaro e di Enzo Ammaliato, l’attenzione della pubblica opinione e delle stesse istituzioni non sembra ancora adeguata. Nemmeno l’opera di prevenzione e di contrasto da parte delle forze dell’ordine. In primo luogo sarebbe utile poter definire la presenza degli immigrati, a partire da quelli provenienti dall’Africa – con particolare riferimento ai nigeriani e ghanesi – che realmente abitano e trafficano in queste contrade. I dati ufficiali parlano di alcune migliaia di regolari; ma la loro presenza viene valutata in cifre ben più consistenti (addirittura superiore alle 15mila). In secondo luogo bisogna individuare i luoghi in cui si concentrano i vari culti e gruppi etnici, alcuni dei quali sono diventati famigerati nel mondo, come  “i Black Axe – conosciuto anche come Neo-Black Movement of Africa – i Black Cats, i Vikings e gli Eiye, insieme ai Buccaneers e i Pirates”, (il poeta Soyinka era affascinato da L’Isola del tesoro di Robert Stevenson, da qui i tanti nomi pirateschi). Poi ve ne sono dozzine a livello locale. Anche nel Delta del Niger (dove opera l’Eni, ndr) ci sono gruppi spietati come “Dey Bam, Dey Well, Highlanders…”. Uno dei culti, a scanso di equivoci, si è battezzato semplicemente “Mafia”. In Nigeria esistono tre gruppi etnici-linguistici principali (Yoruba, Igbo, Fulani) con altrettanti e più dialetti

Per la verità a livello territoriale non c’è molta disponibilità a parlare di questo fenomeno. Anzi, alcuni esprimono paura e terrore. Per superare questa situazione contraddittoria, in certi versi insostenibile, come rete di associazioni del terzo settore abbiamo deciso di mettere a fuoco il tema. Ci avvarremo delle esperienze più avanzate in materia, come quelle Nero e non Solo e di Coop EVA-Casa Lorena, alle prese con le donne vittime di violenza grazie al riuso sociale ed educativo di un bene confiscato. Non di meno sarà prezioso l’apporto di realtà come il Centro Fernandes della Caritas e Diocesi locale, da anni un avamposto del territorio per la cultura dell’accoglienza e della solidarietà. Avremo al nostro fianco anche realtà di rilievo nazionale, come quelle della rete di DIRE Contro la violenza (di cui è presidente Lella Palladino), sostenute dalla Agenzia dell’ONU UNHCR, che cura ed assiste i rifugiati. Già abbiamo raccolto diversi materiali, documenti, testimonianze, anche una bibliografia dedicata, per poter cominciare a descrivere e conoscere meglio la realtà. Su questo chiederemo una mano anche agli esperti e ai grandi giornali (a partire dai settimanali LEFT e L’Espresso). Nel mese di settembre organizzeremo un primo incontro di confronto e di approfondimento (non solo di denuncia), con il coinvolgimento della stessa Prefettura e del governo nazionale e regionale.