“Leggende napoletane”, una città da riscoprire e da amare

Cristo Velato nella Cappella di San Severo a Napoli

Leggende napoletane” è una raccolta di racconti e miti integrati sapientemente in un unico volumetto dalla splendida penna di Matilde Serao (1856-1927).

Giornalista di grande spessore, nonchè fondatrice, insieme al marito, Eduardo Scarfoglio, del giornale “Il Mattino”, la Serao introdusse in Italia il genere dell’inchiesta giornalistica e il suo capolavoro “Il ventre di Napoli”(1906) ne è un esempio.

Altri esempi della sua vastissima produzione letteraria sono  “La conquista di Roma”, “La virtù di Checchina” oppure “L’infedele” ed  altre.

Pur essendo stata l’opera di cui trattiamo  pubblicata la prima volta nel 1881, quindi durante la prima produzione letteraria dell’autrice, denota già quella maturità artistica che caratterizzerà “Il ventre di Napoli”, considerato il suo capolavoro assoluto.

Composto da diciassette raccontini, “Leggende napoletane”, attraverso uno splendido intreccio tra realtà e favola, ripercorre in un certo qual modo la storia della città all’insegna di un unico tema predominante: l’amore.

A partire dall’amore tra la sirena Parthenope e Cimone che porterà alla fondazione della città, passando per una digressione sui magici poteri di Virgilio, sulla perfidia e la bontà del “monaciello”, finendo con storie tormentate di amori impossibili.

Matilde Serao (1856-1927

Va detto però che l’intento della Serao non è certo quello di scrivere una storia della città. La sua opera è un omaggio pieno di gioia e speranza ai cittadini di Napoli, ai suoi monumenti e ai paesaggi che ha assimilato dentro di sé creandone un quadro sublime e a tratti irreale, quasi la storia della città fosse un insieme di favole.

L’autrice, però, fa attenzione a non concentrarsi sul solo aspetto sensuale dell’amore, ma ne affronta anche le diverse sfaccettature attraverso immagini di grande portata emozionale, spaziando dalla pietà che suscita l’immagine del Cristo Velato nella Cappella di San Severo, arrivando all’altruismo e alla generosità suscitati da un povero mendicante.

Ispirandosi senza dubbio ai modelli letterari nordici attraverso immagini quali quelle del mago o della ninfa, l’autrice riesce a creare un connubio surreale tra favola e realtà tale da far sembrare la città di Napoli un mondo parallelo nel quale l’unico interesse è il soddisfacimento del bisogno d’amore proprio e altrui.

Quest’opera, troppo spesso dimenticata, manifesta non solo quanto sia straordinario il senso di amore e protezione che dona questa città a chiunque glielo sappia ricambiare, ma manifesta anche il bisogno di affetto di cui necessiterebbe e che non riceve da troppi figli ingrati che, pur cantando “difendo la città”, ne danno una cattiva immagine facendola apparire per quello che non è.