L’evoluzione delle scarpette da punta

In questi giorni di forzata quarantena anche i bambini devono rinunciare agli impegni sportivi che scandiscono la loro vita quotidiana. Tra le pratiche che riscuotono maggiore successo vi è senz’altro la danza classica, disciplina che richiede impegno, dedizione e costanza.

Ogni bambina, che sogna di intraprendere la carriera di ballerina, aspetta con tanto zelo il giorno in cui indosserà le scarpette da punta: lo strumento che conferisce alla danzatrice grazia ed eleganza, nasconde i dolori e i sacrifici di un duro lavoro, intensifica i virtuosismi compiuti.

In origine le danzatrici indossavano, durante le loro performance, scarpe col tacco, ma tra il XVIII ed il XIX secolo nacque l’esigenza di utilizzare un diverso tipo di calzatura che desse maggiore stabilità, ma che soprattutto causasse meno problemi alle caviglie. Le danzatrici, allora, iniziarono a rinforzare le loro scarpette di tela con pezzettini di sughero, fino all’invenzione delle vere e proprie scarpette da punta.

Fu il maestro dell’Opera di Parigi, Jean François Coulon, a farle indossare nel 1813 alla sua allieva Genevière Gossellin e nel 1823 ad Amalia Brugnoli. Non possiamo ancora parlare di veri e propri balletti sulle punte, in quanto si trattava solo di pochi passaggi e per pochi secondi; dobbiamo aspettare il 1832 quando Maria Taglioni eseguì, per la prima volta, un intero balletto sulle punte: la “Sylphide,’ divenendo così la madre della tecnica del balletto en pointe.

Si narra che la ballerina fosse di bassa statura, perciò, mossa dal desiderio di apparire più alta ed aggraziata, immerse le sue scarpette di tela nel gesso liquido.  Il padre Filippo Taglioni creò per lei le coreografie della “Sylphide’’, con l’intento di far risaltare la leggerezza, la gracilità e l’eleganza della figlia.

Le punte, pian piano, divennero non solo un virtuosismo da raggiungere, ma un vero e proprio simbolo di femminilità che rende le danzatrici alla stregua di esseri sovrannaturali, capaci di volare, di coinvolgere l’intero pubblico e di mascherare, dietro gli splendidi sorrisi, il dolore inflitto dalle scarpette col gesso.

Indossare le chaussure de pointe richiede disciplina e dedizione, sacrificio ben compensato dalla capacità di comunicare, attraverso il silenzioso linguaggio del corpo, sensazioni ed emozioni senza tempo.