L’imitazione, quando Leopardi personalizzò una poesia francese

L’imitazione, quando Leopardì personalizzò una poesia francese
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Giacomo Leopardi è stato uno dei poeti italiani più importanti dell’800, spesso conosciuto solo per alcune sue poesie. Eppure egli ha scritto molto e tanto. In questo articolo analizzerò un componimento poco conosciuto, Imitazione. La biografia del poeta si può leggere sui tantissimi siti internet a lui dedicati ma vi consiglio l’autorevole sito del Centro Studi Leopardiani di Recanati.

I Canti, una silloge

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I Canti sono una delle più belle sillogi leopardiani, in cui vengono affrontati diversi temi. Inizialmente furono pubblicate solo All’Italia e Sopra il monumento di Dante in un periodo in cui, come spiegò il poeta in una lettera a Giuseppe Montani il 21 maggio 1819, la poesia possa doveva riuscire a destare gli spiriti addormentati di un popolo e produrre grandi avvenimenti. Lo scopo di Leopardi, quindi, era quello di trattare i grandi temi, tra cui il Risorgimento nazionale, attraverso una nuova tipologia di letteratura.

Per ottenere i suoi scopi, utilizza la filosofia, idilli e satira. Purtroppo, i moti risorgimentali, durante il fosco e pesante periodo della Restaurazione, apparvero come un ideale smarrito più che un atto concreto, così il Leopardi non riuscì ad essere un nuovo Alfieri, dalla penna vigorosa, capace di esaltare gli animi ma risentì della depressione del momento, causata dalla Ragione, spegnitrice degli ideali.

Nei Canti appare anche il suo tormento fisico e mentale, causato da una cagionevole salute, come trapela in alcuni idilli, quali L’Infinito, Alla luna, Il sogno, La vita solitaria. Si passa, per semplificare, da una poesia civile e patriottica a quella intimistica. Contemporaneamente, sulla scena culturale apparve la modernità connessa all’industria ed all’economia mentre sul piano filosofico prese vita lo spiritualismo. In quest’ottica, la filosofia letteraria leopardiana trattò, rinnovandolo, il tema del piacere e del dolore, abbandonando la storia e interessandosi alla natura: non è la storia ma la natura dell’uomo a far decadere l’umanità, che solo attraverso la ragione può protestare dinanzi a questo stato dell’esistenza.

Allontanatosi dalla cultura del suo tempo, scrisse altre poesie che vennero raccolte e pubblicate con il titolo di Canti, rivolto più alla gente comune che agli intellettuali. Successivamente furono inserite poesie d’amore ed esistenziali e contro i danni ambientali causati dall’industria e dalla filosofia economica, quali La Ginestra. Fu per questo motivo che essi furono censurati dalla polizia borbonica e dai liberali legati al progresso.

Imitazione

Lungi dal proprio ramo,
povera foglia frale,
dove vai tu? — Dal faggio
lá dov’io nacqui, mi divise il vento.
Esso, tornando, a volo
dal bosco alla campagna,
dalla valle mi porta alla montagna.
Seco perpetuamente
vo pellegrina, e tutto l’altro ignoro.
Vo dove ogni altra cosa,
dove naturalmente
va la foglia di rosa,
e la foglia d’alloro

La poesia è composta da una sola strofa, formata da tredici versi tra endecasillabi e settenari, pubblicata nella silloge intitolata Canti. Il componimento riprende La feuille di Antoine-Vincent Arnault, apparsa sulla rivista culturale Spettatore nel 1818, per cui si spiega il titolo scelto dal Leopardi. Difficile stabilire la data, in quanto non fu posta dal poeta: l’anno forse è il 1818, secondo il Carducci, coeva alla pubblicazione dell’originale ma altri studiosi propendono al 1928 in base allo stile.

A livello retorico abbiamo l’assonanza, la consonanza, l’allitterazione (foglia/frale v.2), l’anafora nei versi finali della parola foglia, l’apocope (dov’io v. 4, d’alloro v. 13), l’enjambement. L’apostrofe alla foglia, personificata e così vivida nel suo discorso (ipotiposi), è più vicina alla sensibilità del poeta italiano, che spesso ha visto negli elementi naturali similitudini con la vita umana, proprio come la foglia, infatti, l’uomo è sballottato dal destino e non saprà mai dove terminerà il suo percorso di vita.