L’inesorabile tempo che passa nei versi del poeta brasiliano Mário de Miranda Quintana

L'inesorabile tempo che passa nei versi del poeta brasiliano Mário de Miranda Quintana

Mário de Miranda Quintana il Brasile lo aveva nel cuore. Nato ad Alegrete nel 1906 e morto a Porto Alegre nel 1994, ha raccontato la vita dell’uomo in un’epoca di grandi conflitti e contraddizioni. Iniziò scrivendo per la rivista O Estado do Rio Grande per passare alla Livraria do Globo. Egli fece conoscere al suo Paese la letteratura europea, aprendo nuovi orizzonti ai futuri scrittori.

Scrisse: O Sapo Amarelo (La rana gialla) libro per l’infanzia del 1984, Da Preguiça como Método de Trabalho (Sulla pigrizia come metodo di lavoro), un saggio del 1987; A Cor do Invisível (Il colore dell’invisibile) del 1989; Velório sem defunt (Funerale senza defunto) del 1990; A Rua dos Cataventos (La strada dei Cataventos) del 1992; Sapato Furado (Scarpa bucata) del 1994.

L’attimo che non riusciamo mai a fermare

Nella poesia Il tempo sembra di rivivere la nostra vita. Leggendola, ci verranno in mente tanti ricordi del passato. Se avessi fatto l’università, se non avessi accettato quel lavoro, se mi fossi sposato/a con lui/lei… Sì, perché la vita ci pone dinanzi sempre delle scelte. Le conseguenze sono varie, possono essere giuste o sbagliate ma lasciano sempre un segno. Proprio come la poesia che leggiamo adesso, che, in fin dei conti, nella sua semplicità riesce a smuoverci e chissà potrebbe farci fare la scelta giusta. Ecco il testo:

Il tempo

La vita è il dovere che portiamo per realizzarlo in casa.
Quando si guarda, già sono le sei!
Quando per guardare, già è venerdì!
Quando si guarda, già è Natale…
Quando si guarda, già è passato l’anno…
Quando si guarda perdemmo l’amore della nostra vita.
Quando si guarda passarono 50 anni!
Ora è troppo tardi per riprovare…
Se mi fosse dato un giorno, un’ altra opportunità, nemmeno lo guardavo l’orologio.
Sarei sempre andato avanti e avrei buttato sul cammino la buccia dorata e inutile delle ore…
Avrei tenuto stretto l’amore che mi sarebbe stato di fronte e avrei detto che lo amo…
E c’è ancora: non evitare di fare qualcosa che ti piace solo per mancanza di tempo.
Non evitare di avere persone al tuo lato per pura paura di essere felice.
L’unica mancanza che sentirai sarà di questo tempo che, infelicemente, non tornerà mai più.

Cosa ci sta dicendo il poeta? Nell’incalzante anafora del quando, del se, del già e del condizionale, il sonetto all’improvviso ci fa piombare addosso la sentenza del v. 8 (Ora è troppo tardi per riprovare), quasi una condanna.

Se nella prima parte, infatti, si viene travolti dall’alluvione del tempo che corre e scorre inesorabilmente, nella prima parte della seconda sezione, invece, abbiamo il dilemma del se, che ingloba il tempo, la vita, l’amore. Ecco, però, che negli ultimi tre versi appare il poeta, il consigliere, l’uomo che ha vissuto e che vive ancora.

I consigli sono come quelli della nonna, quando ti tiene per mano e ti guarda con occhi dolci, pronta ad alleviare le tue sofferenze. La vita non è finita, direbbe, goditi la vita, sii felice, perché, come canta la Mannoia, il tempo non torna più. Una critica a questa concezione la dobbiamo fare, se me lo si permette. C’è anche la concezione del tempo ciclico: nella vita sembra che spesso ritornino, quasi come una seconda opportunità, le stesse situazioni.

Questo genera una sorta di speranza che non tutto è perduto e che si può ancora cambiare la situazione attuale. Non combattendo lo scorrere delle ore ma aspettando quell’occasione di cambiamento che ci permetterebbe il grande salto. Alla fine, ricordiamoci che il destino lo decidiamo noi chi giorno dopo giorno, chi guardando al futuro, quindi godiamocela questa vita, che del doman non c’è certezza, come disse Lorenze de’Medici.