Livio Iodice, il poeta paroliere

Livio Iodice, il poeta paroliere

Oggi è un felice ma triste giorno per il gruppo etnomusicale di Portico ‘Bottarte Tharumbò’, in quanto il poeta e paroliere del gruppo Livio Iodice li lascia perché è stato ammesso alla scuola della Guardia di Finanza.  Il giovanissimo ventiduenne non è uno sconosciuto! Ha scritto già due brani vincitori con Pizzica del Tharumbò a Castle Fondi Music Festival 2019 ed con Tarantella di Castagnette al Premio ‘Mia Martini’, cantati Franco Barzetti. L’ultima canzone è intitolata ‘O Viento mentre quella in corso d’opera è Amò, dedicata alla sua ragazza.

Ma chi è Livio Iodice? Livio nasce nel 1999 a Santa Maria Capua Vetere e possiamo dire che la scrittura gli scorre nelle vene. Sin da bambino, infatti, ha manifestato la sua vocazione nello scrivere, accompagnata dall’amore per i carri. L’altra passione è la musica, in quanto suona i Tini e la Falce, sebbene il suo sogno è sempre stato la carriera militare: ha finalmente coronato il suo desiderio, riuscendo ad entrare nella Scuola di Predazzo. Abbiamo chiesto a Livio come è nata la sua passione per la parola:

Livio Iodice: Il mio amore per la parola nasce da dentro, come una voce che detta le parole, senza un perché. Molto spesso mi spiazza: riesco a scrivere una canzone in poco tempo, anche osservando qualcosa che attira il mio sguardo. Come nel testo ‘Mane mani’ notai una giovane coppia che con le mani facevano degli intrecci mentre lui la chiamava Amò. La poesia è nata leggendo i versi di mio padre, il suo stile dialettale, imparando anche le diverse modalità testuali che ancora oggi si possono osservare nei testi poetici che posta su Facebook. Ho scritto sull’amore, sulla vita su tutto ciò che parla di verità. La poesia per me ha due binari: uno è quello che si scrive per un fine e l’altro è ciò che nasce dal cuore; preferisco entrambe perché, alla fine, ogni poesia abbraccia la vita e la vita in questo caso prende il nome di amore.

N’ze po’ muri accussì, quando la parola diventa saggezza

Una delle poesie che ha un tono di riflessione molto toccante è questa che vi presento, N’ze po’ muri accussì. Ecco il testo:

N’ze po’ muri accussì

Quanti vite se ne vanno, n’da stù munne ca’te ganne,
ogni jiuorne esce sole,
io te guarde me cunsole.

Chiesto munne e tutte quante,
a Terra e vive cù ch’ curaggio,
padre e figlio,muorte accussì,
senza neanche puterl sentì.

“Criste n’cielo
stà guardà
ma qual’è a verità,
tanto amore tanta speranza
sta gente more pà famme”

A livello stilistico abbiamo l’allitterazione (vite/vanno v. 2; cù ch’curaggio v. 7; senza/sentì v. 9), l’apocope, enjambemant (v. 1, v. 6) ed altre figure retoriche. Qual è il significato che questo giovanissimo poeta ha voluto dare alle parole scelte? Indubbiamente un messaggio di speranza (ogni jiuorne esce sole, io te guarde me cunsole vv. 4-5) dinanzi alle tragedie. Filosoficamente vicino al nichilismo, che non ti permette di comprendere la verità del destino (ma qual’è a verità), perché nulla di ciò che desidera l’uomo sembra realizzarsi (Quanti vite se ne vanno, n’da stù munne ca’te ganne vv. 2-3), questi versi dimostrano la profondità interiore dello scrittore.

Fossero tutti come lui, forse non avremmo tanto egoismo o bullismo ma solo un mondo di rispetto verso il prossimo e le tragedie che si vivono. Noi adulti dovremmo educare di nuovo la nostra prole a comprendere che dietro il volto di una persona si nascondono cicatrici che non vanno via e nessuno ha il diritto di giudicare, offendere, schernire, specialmente quei padri o figli che non si rivedranno più, inghiottiti dal mare profondo ed oscuro che noi chiamiamo destino.