La magia dell’orologio a pendolo in una poesia di Angiolo Orvieto

orologio a pendolo

L’orologio a pendolo è l’argomento trattato nella poesia di oggi. Gli orologi hanno da sempre appassionati tutti e così ho consultato uno dei massimi esperti del settore, Giacomo Cora, fondatore dello studio Cora, specializzato in orologeria antica, pendoleria, orologi da polso, preziosi e porcellane europee, Perito ed Esperto per la Camera di Commercio di Vercelli e della C.T.U del Tribunale, consulente di diverse Case d’Aste, articolista per riviste specializzate d’ambito, Presidente e Fondatore dell’AISOR (Associazione Italiana Studiosi di Orologeria), Direttore del Dipartimento di orologi della casa d’aste Wannenes-Art Auctions, membro della British Horological Institute, dell’Antiquarian Horological Society e delegato unico per l’Italia dell’AFAHA (Association Française des amateurs d’horlogerie ancienne). Gli ho chiesto come è nata questa passione e il Cora così mi ha risposto:

La passione per l’orologeria si accese in me molto presto, quand’ero ancora un bambino. Tutto ebbe inizio con una sveglia tedesca, di marca Schatz, di proprietà di mio nonno Ezio; rompendosi la molla e rovinandosi alcuni denti del movimento, fui costretta a ripararla. Non lo feci perché qualcuno me lo chiese o impose anzi piuttosto perché non riuscivo a sopportare la vista di quella povera macchina priva di “vita”. Questa mia prima “operazione a cuore aperto” fu l’evento scatenante che mi fece innamorare dell’orologeria. Avevo sei anni. Più crescevo e più la mia curiosità sui segnatempo aumentava. Così, sempre più affannato di informazioni, mi addentrai nello studio dell’orologeria, arrivando a scoprirne ogni aspetto dall’estetico al progettuale. Da ragazzo iniziai a sviluppare un mio gusto storico-estetico personale, che mi permise di scoprire un’altra grande mia passione, quella per la Storia e lo studio delle arti applicate, in particolare dei periodi neoclassico, Impero e Restaurazione.

Verso i vent’anni, mi avvicinai a una nuova branca orologiera: il polso. I modelli della maison Rolex mi conquistarono subito, spingendomi a proseguire i miei studi sulla storia del marchio e a specializzarmi nell’analisi delle componenti tecniche Rolex, alla ricerca di contraffazioni e “marriage”, soprattutto nei modelli vintage. Traguardi degli ultimi cinque anni sono stati la fondazione dell’AISOR (Associazione Italiana Studiosi di Orologeria) della quale sono Presidente e la nomina a Consulente tecnico del Giudice del Tribunale nonché Perito per la C.C.I.A.A. (Camera di Commercio) di Vercelli. Nel 2018 sono entrato a far parte della famiglia Wannenes, prima come consulente ed esperto in orologeria storica e poi come Direttore di Dipartimento Orologi per tutte e quattro le nostre sedi (Milano, Genova, Roma e Montecarlo).

Penso che tutti si rivedano nelle sue toccanti parole. Ora conosciamo il poeta di questa puntata.

Angiolo Orvieto e la poesia sul pendolo

Angiolo Orvieto (1869-1927) italo-ebreo, è ricordato di solito per San Francesco nel deserto. Insieme al fratello Adolfo fondò il giornale Vita Nuova e la rivista letteraria Il Marzocco, cui collaborarono il Pascoli ed il D’Annunzio. Varie le sue sillogi poetiche (La sposa mistica, 1893; Il velo di Maja, 1898; Le sette leggende, 1912 e 1921; Primavera della cornamusa, 1925; Il vento di Sion, 1928 e Il gonfalon selvaggio, 1934 sono postume) e i libretti per musica (Chopin, 1902 e 1923, Elena alle Porte Scee, 1904, Mosè, 1905). Di seguito il testo della poesia:

Pendola Fra i Boschi

La pendola del settecento,
impaurita ai clamori del vento
fra i solitari abeti,
pare che tremi quando
dal timido cuore d’argento
sospira un lamento blando,
le ore annoverando.
 
Non solea noverar l’ore a poeti
che ascoltassero il gran fremito arcano
della foresta come un mar lontano;
a poeti cui fosse allegro suono
il correre pei cieli alti del tuono
e l’ampio sibilar della foresta
nella tempesta.
 
Oh dame incipriate
nella sala lontana,
ove fra ninnoli di porcellana
la pendola del settecento
col suo tintinno d’argento
soleva in ritmo modular gl’inchini
dei damerini!
 
Ma forse un qualche giorno,
fra i cappelli a tricorno,
le candide parrucche e gli spadini,
vide il sorriso amaro del Parini
 
La poesia (tre strofe eptastiche, di sette versi, con quartina finale), presenta l’anastrofe (le ore annoverando, v. 7), l’antitesi (pace-guerra, le candide parrucche e gli spadini, v. 24), l’apocope (noverar per annoverare v. 8), l’apostrofe (v. 15), l’enjambement, l’epifonema, la metafora, la personificazione, la similitudine e la sinestesia. La pendola osserva i cambiamenti storico-culturali avvenuti tra il Settecento e l’Ottocento: ha paura (impaurita v. 2, tremi v. 4, timido cuore v. 5) di quei poeti che non temono la tempesta incombente, loro romantica aspirazione poetica (il gran fremito arcano della/foresta, vv. 9-10; ripreso nei vv. 11-14).

Ricorda invece l’epoca precedente, quando poggiata su una mensola con  i ninnoli, vedeva dame incipriate e gli inchini dei damerini al suono del suo ritmo. Il poeta sorride: forse quella pendola ha potuto vedere anche il Parini, oltre la sua società, i cappelli a tricorno, le candide parrucche e gli spadini (vv. 23-24). Una poesia particolare che rappresenta il poeta del Romanticismo antinobiliare, innovativo e turbolento come la tempesta mentre l’orologio a pendolo, legato ad un passato dove l’arte poetica era emblema della nobiltà, si identifica in una corrente letteraria ormai completamente scomparsa.