Manfredi di Svevia, Dante ed il ruolo di Caserta nella battaglia di Benevento

Manfredi di Svevia
Statua di Manfredi di Svevia a Manfredonia (Foggia)

Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
123 che prende ciò che si rivolge a lei.
Se ’l pastor di Cosenza , che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
126 avesse in Dio ben letta questa faccia,
l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
129 sotto la guardia de la grave mora.
Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde ,
132 dov’e’ le trasmutò a lume spento .
(Purgatorio, 3°canto)

Il brano messo in evidenza, tratto dal famoso monologo di Manfredi di Svevia, è in assoluto uno dei più pregnanti dell’intera Commedia per quanto concerne il pensiero politico e religioso dantesco.

Ciò detto, conviene tracciare sinteticamente il contesto storico in cui si colloca la vicenda dello sfortunato Manfredi.

Nato nel 1232 da Federico II e Bianca Lancia, Manfredi, morto il padre nel 1250, con fermezza tenne il Regno di Sicilia, sino all’inevitabile contrasto con il fratello Corrado IV (per la verità sobillato dai baroni tedeschi), il quale, rivendicava per sé e per il figlio Corradino i domini italiani di Federico. I due fratelli non giunsero mai allo scontro armato, anzi, cingendo Napoli d’assedio nel 1251, il nostro sembrava addirittura zelante nel restituire all’unico figlio legittimo di stupor mundi la capitale che, aizzata dal Papa, gli si era ribellata. Eucardio Momigliano, a conferma di quanto precedentemente scritto, parlò di abnegazione e disinteresse. Nel 1252 Corrado ebbe Corradino, che affidò alle cure di quella stessa Chiesa che lo aveva scomunicato, forse in tentativo di riconciliazione

Perito Corrado nel 1254, Manfredi fu nominato re di Napoli e di Sicilia nel 1258, divenendo ostile al papato, il quale da sempre aveva tentato di limitare il disegno imperiale di egemonia, che avrebbe chiuso lo Stato dela Chiesa in una morsa.

Papa Innocenzo IV colse al balzo l’occasione che il destino gli aveva presentato, così scomunicò Manfredi, reo di non esserglisi sottomesso, rivendicando il regno di Sicilia nel nome del legittimo erede, Corradino, ancora troppo giovane.

Manfredi si scontrò con le truppe del Pontefice a Foggia nel 1254 e vinse; Innocenzo, per il dolore, morì 5 giorni dopo e venne tumulato nel Duomo di Napoli.

La fine per Manfredi sarebbe giunta dodici anni dopo: Urbano IV, francese, chiamò in suo aiuto il fratello del re di Francia, Carlo I d’Angiò, proclamato re di Napoli a Roma nel 1265, il quale sconfisse Manfredi a Benevento, il 26 Febbraio dell’anno successivo. A determinare la disfatta dello Svevo furono anche le numerose defezioni da parte di baroni e potentati locali che gli avevano giurato fedeltà; il conte Riccardo di Caserta, ad esempio, permise il passaggio delle truppe francesi attraverso Casertavecchia, dando una grande mano alle operazioni angioine. Sarebbe stato probabilmente sconfitto se avesse opposto resistenza, ma questo suo tradimento non fu certo il primo: dapprima si era schierato con Innocenzo IV, poi con Corrado, poi con Alessandro IV ed infine con Manfredi, che tradì. Il re di Sicilia morì, combattendo da valoroso e ricevendo dai nemici l’onore di una degna sepoltura: un cumulo di pietre, che Dante chiama grave mora.

Sarà l’ultima grande battaglia il tema principale dell’incontro con l’Alighieri.

La faccia cui si riferisce Manfredi è la misericordia divina, la quale ha perdonato i suoi orribil peccati, cosa che non ha fatto invece ‘l pastore di Cosenza.

Chi è costui? L’arcivescovo Bartolomeo Pignatelli, che smontò la sepoltura riservata a Manfredi e ne ordinò la tumulazione lungo l’verde, il fiume Calore, perché le spoglie del re non potessero spronare nessuno a percorrere la sua stessa strada; Benevento tornò, dopo la battaglia, ad essere città pontificia, lavata delle spoglie del sovrano:<< l’ossa del corpo mio sarieno ancora/ in co del pontepresso a Benevento>>

Ad indignare l’Alighieri non è la sola offesa alla memoria dell’avversario sconfitto (lo stesso Dante non apparteneva al partito di Manfredi), ma gli abusi da parte della Chiesa, la quale, come avrebbe fatto anche in seguito, utilizzava la scomunica come arma politica, venendo meno ai propri doveri spirituali e spargendo zizzania fra i popoli.

Dante chiarisce la valenza simbolica di questo provvedimento, ritenendo orribili i peccati di Manfredi, ma non ne accetta la strumentalizzazione temporale; di contro, il re, più volte scomunicato, nelle vesti del perfetto cavaliere, non prova alcun rancore, ma anzi, ricordando stoicamente le tribolazioni terrene, chiede a Dante di ricordare alla figlia Costanza di pregare per lui per abbreviarne la permanenza in Purgatorio. Contrariamente ai personaggi dell’Inferno, quindi, quelli della seconda cantica, avendo la speranza della salvezza, perdonano e concentrano la propria attenzione sulla purificazione dello spirito.

Tutta la simpatia del poeta va a Manfredi, spodestato e misericordioso, mentre fulminanti sono le accuse contro la Chiesa romana; già Dante aveva collocato nell’Inferno, e precisamente nella terza malabolgia dell’VIII girone, fra i simoniaci, il Pontefice Bonifacio VIII. Ecco cosa dice il sovrano a proposito del trattamento riservatogli dai nemici:

“Se ‘l pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora…”

Piccolo appunto: Urbano IV morì nel 1264, prima di vedere la calata in Italia dei  francesi, e fu Clemente IV il Papa della battaglia di Benevento.

Il re di Trinacria afferma quindi di essere stato considerato a guisa di fiera dalla Chiesa, la quale non ha riconosciuto al valoroso avversario neppure un diritto elementare come quello della sepoltura, traslando il cadavere a lume spento.

Persino il sanguinario Carlo d’Angiò, che, tanto per dirne una, fece decapitare l’ appena sedicenne Corradino di Svevia, in Piazza Mercato, a Napoli, ritenne cosa indecorosa che un degno avversario non ricevesse una sepoltura, comunque modesta, considerato il suo rango.

Il francese aveva addirittura scritto al Pontefice della propria azione, forse credeva di ingraziarselo ulteriormente compiendo un atto di carità che, normalmente, un religioso dovrebbe apprezzare. Il re, però, ci tiene ad informare il Vicario di Cristo della non religiosità della sepoltura: “cum quadam honoreficentia sepulturae, non tamen ecclesiasticae”.

In tutta la durata del proprio discorso, Manfredi si dimostra di levatura superiore: non solo grande nello spirito, ma anche bello d’aspetto:

biondo era e bello e di gentile aspetto (vv.107)

Biondo, come il padre, e gentile, cioè nobile e gradevole nel portamento. La descrizione corrisponde a quella dell’eroe della chanson medievale.

Il viso di Manfredi è tuttavia irrimediabimente sfregiato:”ma l’un de’ cigli un colpo avea divisoe ad averlo freddato in battaglia è una ferita al petto:”e mostrommi una piaga a sommo ’l petto”

Il viso ed il petto, le due sedi della nobiltà d’animo. E’ da notare che Dante chiude il canto con le parole del re, senza mai interromperlo, quasi volesse, contemplandone la figura, lasciarne l’insegnamento al lettore. Il re assurge a simbolo di misericordia, la faccia divina che gli uomini di chiesa non conobbero.

Ora, sarebbe sbagliato credere che Manfredi sia una figura del tutto idealizzata: come già detto, Dante non nega la valenza spirituale della scomunica, ma certi scheletri nell’armadio, come anche il tardivo pentimento, accrescono la simpatia nei confronti di un personaggio tanto simbolico e tanto umano.

Una volta di più, dunque, la Commedia svela la propria natura: una monumentale opera paideutica, tanto necessaria al mondo di allora quanto a quello di oggi.

*E’ necessario precisare che la vicenda delle spoglie di Manfredi è narrata solo da Dante, Giovanni Villani, che con tutta probabilità ha tratto la notizia dagli scritti danteschi, e da Ricordano Malispini. Non è impossibile che l’intera storia sia creazione della propaganda ghibellina, ma è altrettanto improbabile che sia stata inventata di sana pianta dall’Alighieri, non essendo nel suo stile.