Si è concluso con una condanna a due anni di reclusione, con pena sospesa, il processo celebrato con rito abbreviato per la morte di Marco Dongu, il 26enne rimasto vittima di un tragico incidente stradale avvenuto sulla Variante Anas quasi tre anni fa.
Oltre alla pena detentiva sospesa, il tribunale ha disposto anche la sospensione della patente di guida per un anno nei confronti dell’imputato.
Il poliziotto alla guida della Volante
La condanna riguarda un agente della Polizia di Stato, all’epoca dei fatti 24enne e residente a Teano, che si trovava alla guida della Volante coinvolta nell’incidente.
Secondo quanto ricostruito durante il procedimento, il poliziotto stava effettuando una manovra di inversione a U sulla superstrada, ritenuta particolarmente rischiosa e all’origine del tragico impatto.
La dinamica dell’incidente
Nel corso dell’incidente, Marco Dongu, che viaggiava in sella alla sua moto Yamaha, si è scontrato con l’auto della polizia mentre quest’ultima stava completando la manovra di inversione sulla Variante Anas.
L’impatto si è rivelato fatale per il giovane motociclista, che ha perso la vita a seguito delle gravi conseguenze dello schianto.
Una sentenza che lascia contrariati i familiari di Marco, come sottolinea Massimiliano Dongu, suo zio: “Quanto vale la vita di Marco Dongu? Sono trascorsi quasi tre anni da quel giorno maledetto in cui la vita di Marco è stata spezzata.
Tre anni di vuoto, di domande senza risposta e di un dolore che, anziché attenuarsi, aumenta ogni giorno, ogni ora, ogni singolo istante.
Oggi, però, la ferita ha ricominciato a sanguinare ancora più forte. Oggi è arrivata la sentenza del rito abbreviato. La risposta dello Stato per la perdita di Marco è questa: due anni di reclusione con pena sospesa e un anno di sospensione della patente.
Mi chiedo, e chiedo a chiunque abbia ancora una coscienza: tutto questo quanto è valso? Davvero la vita di un ragazzo vale così poco di fronte alla legge?”
E poi aggiunge: “Marco non è morto per una tragica fatalità inevitabile. È morto per la superficialità e l’irresponsabilità di chi, per ironia della sorte, avrebbe dovuto proteggere i cittadini.
Due poliziotti, a bordo della loro auto sulla superstrada della Reggia, hanno deciso di compiere una manovra folle: un’inversione di marcia in un tratto dove era severamente vietato e pericolosissimo.
Non stavano inseguendo nessuno, non c’era alcuna emergenza, nessun impegno lavorativo urgente che giustificasse un simile azzardo.
Potevano semplicemente fare la cosa più normale e sicura del mondo: prendere la prima uscita e rientrare dall’altra parte. Invece hanno scelto la scorciatoia. E a pagare il prezzo più alto, l’unico definitivo, è stato Marco.
Oggi la rabbia si unisce allo sconforto. Questa sentenza non restituisce dignità alla memoria di Marco e non rende giustizia a chi è rimasto qui a piangerlo.
Ci lascia solo con un senso di totale smarrimento e la dolorosa certezza che, per la giustizia degli uomini, una vita spezzata in quel modo vale appena un foglio di carta con la condizionale.
Il vuoto che Marco ha lasciato è incolmabile e nessuna sentenza potrà mai guarire questo cuore spezzato. Ma il silenzio non può essere un’opzione quando la giustizia dimentica il valore della vita umana.”











































