Il meridionale fannullone? Vediamo cosa ne pensava Goethe

Impiegato fannullone

Il 28 maggio 1787 Johann Wolfgang Goethe è a Napoli, per la seconda volta dopo essere ritornato dalla Sicilia. Il brano che analizzeremo tratta una questione spinosa: nell’Europa meridionale, in particolare nel Meridione d’Italia, la gente ha la stessa voglia di lavorare che si riscontra nei settentrionali? Problema quantomai attuale, se si pensa anche alle recentissime polemiche interne all’UE circa la destinazione dei fondi comunitari per il dopo pandemia.

Lo scrittore, a proposito di ciò, entra in polemica con vari suoi connazionali: Johann Jakob Volkmann (1732-1803), autore del popolare Notizie storico-critiche dell’Italia (Historische-kritischen Nachrichten von Italien, 3 vol., Leipzig, 1770/71), Johann Wilhelm Archenholz (1741-1813), Friederich Münter (1761-1830) e Karl Philipp Moritz (1756-1793). Il brano polemico goethiano compare sul Teutscher Merkur (1788) con il titolo Neapel. Auszüge aus einem Reisejournal, Nr. 5 (Napoli. Estratto n. 5 da un giornale di viaggio).

L’autore incomincia la propria narrazione affermando di dover dissentire dall’affermazione del Volkmann che, pur essendo ottimo ed utilissimo, gli fa sorgere qualche perplessità in merito ai 30-40.000 “fannulloni” che riempirebbero le strade di Napoli. Nonostante si tratti di un’idea all’epoca diffusa, stando a quanto precisa Goethe nelle primissime righe del brano, egli non si fida e, dando prova di grande acume critico, decide di verificare di persona. Ciò che noterà sarà sconvolgente.

Prima, però, di arrivare ai contenuti materiali del passo, è d’uopo citare questa illuminante intuizione dello scrittore: ritenere inattivo chiunque non si ammazzi di fatica è un pensiero tipicamente nordico, quindi inapplicabile se non con un evidente forzatura agli abitanti del meridione europeo. Si tratta, comunque, di un parere che non trova riscontro nella realtà.

Anzitutto Goethe non ha bisogno di “scavare” per compiere la sua ricerca perché, come ha egli stesso a dire, essendo il napoletano più libero non è complicato incontrarne per strada di tutti i tipi: dall’ambulante al facchino. Egli nota che c’è gente che si riposa, ma ciò non toglie che non abbiano prima lavorato: i già citati facchini o i vetturali, ad esempio, aspettano che sia fatto loro un cenno per rendere i propri servigi, mentre il pescatore non prende il mare solo se il vento è contrario.

Mendicanti ce ne sono pochi e quelli che si trovano sono inabili al lavoro, storpi e vecchi. Giungiamo ora ad un’interessante digressione: quella sul lavoro dei ragazzini.

Goethe rimane impressionato dall’industriosità infantile che si esplicita in ragazzi piccolissimi, che, guidati da altri poco più che coetanei, trasportano dal borgo di Santa Lucia il pesce fresco o si adoperano presso le botteghe di falegname. L’autore è colpito dal piccolo commercio fatto dai ragazzini con beni alimentari che comprano e rivendono, badando altrettanto gelosamente di non rimetterci neanche un briciolo.

Si lavora molto anche nella raccolta delle immondizie, sicché non è raro vedere asinelli impiegati in questa mansione. La maggior parte dei rifiuti sono di origine alimentare, dovuti in particolar modo allo spettacoloso consumo di verdura. Dopo una nuova riflessione sul rigoglio di quella che definisce Campania Felix, rifacendosi agli antichi, Goethe afferma che il clima è così benigno da permettere ad un piccolo mezzadro di ottenere ingenti guadagni a partire da un piccolo pezzo di terra.

Affascinante è l’incessante traffico di cianfrusaglie e ciarpame, protagonisti della festa del consumo che si celebra ogni giorno a Napoli, ed altrettanto interessante il commercio di limonata, bevanda cui non rinunziano neanche i più umili. Il popolino è cencioso, vero, come è vero che versa in condizioni di miseria. Ma in questa miseria non esiste sciopero.

Secondo Goethe, a monte di ciò c’è un fattore impensabile: il clima. Mentre le benigne condizioni climatiche nostrane permettono un approccio alla vita basato sull’immediato, nel nord Europa l’incertezza meteorologica determina preoccupazione per i raccolti ed induce a barricarsi in casa per gran parte dell’anno; certe rinunce che qui sono concesse, sono impensabili da un’altra parte. Scrive l’autore: “Non si tratta di sapere se vuole fare delle rinunce: non gli è consentito di volerlo, non può materialmente volerlo, dato che non può rinunciare; è la natura che lo costringe ad adoperarsi, a premunirsi”.

La difficoltà, dunque, costringe alla lungimiranza e questo è un aspetto secolare radicato nei geni di certi popoli.

Il cosiddetto accattone napoletano, dice Goethe, rinuncerebbe al posto di viceré in Norvegia od al governatorato della Siberia perché non ne ha bisogno per vivere al meglio. Fondamentale la meditazione sul Recherches sur les Grecs di Cornelius Von Pauw (1739-1799): i filosofi cinici potevano privarsi di tutto perché a supplire alle mancanze con cui si affliggevano c’era un clima prodigo di ogni sorta di doni.

Il lazzarone, che non è più infingardo delle altre classi, lavora non per vivere, ma per godere della vita. Ad aiutarlo c’è una natura che, anziché matrigna, volendo citare Leopardi, si palesa come una madre buona che accudisce i propri figli, facilitandone la vita e placandone le amarezze.

Vogliamo concludere citando un ultimo episodio, menzionato nel secondo passo della pagina di diario del 29 maggio: il funerale di una bambina. Sembra lugubre ed in forte contrasto con quanto scritto poc’anzi, ma i sorprendenti dettagli della narrativa goethiana riescono a ribaltare lo stereotipo del funerale come momento di tetro lutto. Tanto straordinario è questo passo che lo riportiamo per intero.

E così come vivono, seppelliscono anche i loro morti: nessun lento corteo nero turba l’armonia di questa generale vivacità.

Ho veduto il funerale di una bimba. Un gran drappo di velluto rosso, con abbondanti ricami in oro, copriva un largo feretro su cui era deposta una piccola cassa lavorata a intaglio, tutta fregi dorati ed argentati; la salma vestita di bianco era nascosta da un subisso di nastro rosa. Ai quattro spigoli della cassa quattro angeli, ciascuno alto circa due piedi, reggevano sulla morticina grandi fasci di fiori, ed essendo assicurati alla base con semplici fili di ferro, dondolavano su e giù ad ogni scossone della bara, come se spandessero miti, vivificanti olezzi di fiori; e dondolavano sempre più energicamente man mano che il corteo procedeva accelerando il passo, dietro ai preti ed ai chierichetti che correvano più che camminare.

Vittorio De Sica ne L’oro di Napoli (1954) proporrà una scena simile, dove la madre dell’infante getta confetti ai bambini che si avvicinano al carro funebre.

La morte, dunque, per quanto triste, tanto più se colpisce una bambina, è vista più come una naturale estensione della vita terrena che come un epilogo.

Testimonianza di ciò i colori vividi dei drappi e degli ornamenti che abbelliscono la bara. Ma che la morte non rappresenti un grande spauracchio è cosa da aspettarsi nel luogo dove si vuole solo vivere.