Miti del teatro: “Becket e il suo re”, commedia in due atti di Jean Anouilh

Massimo Girotti e Gino Cervi
Massimo Girotti e Gino Cervi

Al Teatro Alfieri di Torino, il 22 novembre 1960, la Compagnia Cervi/Girotti ha rappresentato la commedia in due atti di Jean Anouilh, Becket e il suo re, con la regia di Mario Ferrero.

Anouilh in questa commedia non nasconde dei sottofondi morbosi, né complicate relazioni psicologiche e spiega le curiose oscillazioni che il dramma ha subito sotto il peso degli opposti intendimenti degli attori.

L’intenzione era di equilibrare il dilemma, distribuendolo su attori di pari autorità; ma, in effetti, la comunicatività di Cervi (nel ruolo di Re Enrico), il suo accattivante per quanto esteriore fervore, la lusingatrice cordialità della sua dizione hanno ancora prevalso sulla dignitosa, ma monocorde interpretazione che Girotti ha offerto del personaggio di Becket.

Si è così sentito il maggior fascino della sanguigna e brutale figura del Re Enrico; la sua sguaiata allegria, le fanciullesche paure e l’avidità sensuale han finito con il profumare di un non sgradevole senso di vitalità concreta le sue decisioni. L’amicizia che il re nutre per Becket risulta, da questo sfondo umano, sincera e tangibile; ed è con un sentimento di primitivo candore (in cui la vigliaccheria ha tuttavia una parte non indifferente) che egli infine denuncia e proclama come un’inconsolabile ferita, l’amicizia tradita.

Un linguaggio popolare teatrale deve ergersi come un chiaro e non mediocre punto di riferimento di fronte al confuso e “anonimo traffico” di un parlare “quasi” italiano della lingua letteraria e dei “quasi” dialetti; anche se per alcuni esteti, ciò è una semplice un folklore linguistico.

Ovviamente questo modello di rappresentazione non è una novità, perché è stato “utilizzato” anche nel passato, soprattutto nella commedia dell’arte, e nei classici del comico, come Plauto, Terenzio, Menandro, etc. La volgarità dei comici antichi, era del tutto naturale su quelle piazze di allora, perché non si avevano soluzioni di continuità tra lo spazio del palco e quello dell’osteria, tra la baracca dei comici e quella dei venditori ambulanti; e tutti parlavano in modo “popolano”.

Pertanto, i specialisti del teatro, che sporadicamente propongono comunque un “misurato” spettacolo volgare, lo allestiscono con quella consapevolezza storica, e non per astrusità teatrale, né tanto meno per una rappresentazione edulcorata o svilita da un’incolta e gratuita volgarità.

Non dimentichiamo che gli autori classici, spesso mettevano il linguaggio popolaresco, in bocca ai disprezzati bifolchi e villani per beffarsene e far ridere “signorotti” e protettori alle spalle del “volgo”, perché in questi loro racconti poco forbiti, gli autori si ponevano con consapevolezza sulla storia del teatro comico dei classici.

Se poi, invece, a qualcuno, semplicemente non piaceva, un certo tipo di teatro, allora era un’altra faccenda: doveva informarsi prima sul tipo di rappresentazione che voleva andare a vedere, ed eventualmente, esimersi dall’andare ad assistere uno spettacolo che, per gusto personale, reputava, essere grossolano.


(*) Direttore Artistico del Piccolo Teatro Cts di Caserta