Miti del Teatro: “Best Seller” di Ezio D’Errico

da sinistra Nico Pepe e Luciano Alberici
da sinistra Nico Pepe e Luciano Alberici

Alla prima rappresentazione di Best Seller di Ezio D’Errico, andata in scena al Piccolo Teatro di Torino il 2 febbraio 1956, le parti di questa commedia furono cosi distribuite: Nic Brandon (Luciano Alheriei) Mary, sua moglie (Lia Angeleri); Stephan Lewiston (Carlo Lombardi); Lydia, sua figlia (Wanda Benedetti); Jean Niviere (Nico Pepe); Bill Babcoks (Pier Paolo Porta): Davide Babcoks (Toni Barpi); Gregory Shipton (Vittorio Di Giuro); Jimmi (Giovanni Bosso); Yvette (Annamaria Mion); Fernand (Carlo Enriei). Regia dell’autore.

In ordine di data Best Seller è la sedicesima commedia di Ezio D’Errico. La sua attività teatrale risale al 1948, ma in meno di dieci anni questo autore si dimostrò esperto e “nato per il teatro” come si dice, portandosi risolutamente in primo piano e vincendo anche un concorso importante, quello dell’IDI (1953), ottenendo così la invidiata ribalta del Piccolo Teatro di Milano con la regia di Strehler con la commedia La sei giorni.

D’Errico fu giornalista, oltre che commediografo, come pure svolse attività cinematografica e radiofonica. La sua vita accumulò varie esperienze e di esse egli ha sempre tratto vantaggio per la sua più viva passione: il teatro. Ma qual è l’essenza del teatro? Quel suo valore che gli è proprio e che perciò non potrà mai perdere?

L’ho detto in varie occasioni, e lo ridirò con le stesse parole, dando voce a sentimenti e pensieri, evidentissimi nel vivo gioco delle passioni rappresentate e che, per la natura stessa di questa forma d’arte, devono esser posti in termini quanto mai chiari e fermi.

Il teatro propone quasi a vero e proprio giudizio pubblico, le azioni umane quali veramente sono, nella realtà schietta ed eterna che la fantasia dei poeti crea ad esempio e ammonimento della vita naturale quotidiana e confusa: libero e umano giudizio che efficacemente richiama le coscienze degli stessi giudici a una vita morale sempre più alta ed esigente.

Questo, secondo me, è il valore del teatro; e ho voluto premetterlo, per darvi la certezza che, venendo ora a parlare del primo e più importante teatro del mondo, che è quello italiano, ci intratteniamo su una cosa seria. Temo purtroppo che qualcuno qui si possa meravigliare nel leggere questa mia affermazione, ma la meraviglia avrà fatto luogo nel suo animo a un sentimento meno arguto e più pensoso sui valori posti, e di secolo in secolo rinnovati e accresciuti dai creatori della nostra grandissima nazione.

E’ tempo di riparare anche in questo campo a quel fatale gusto di detrarre valore alle nostre cose e d’umiliare in cospetto delle corrispondenti straniere; fatale gusto che, per tanti secoli divenuto quasi una comoda nicchia alla pigrizia degli spiriti e un appiglio piuttosto vile alle irresponsabilità individuali e collettive verso quei valori, rigettati, non accolti in noi per non doverli conseguentemente difendere e conservare, ma considerarli come uno dei caratteri fondamentali di noi italiani, orgogliosi di esserlo.


(*) Direttore Artistico del Piccolo Teatro Cts di Caserta