Miti del teatro: Il Campiello di Carlo Goldoni

Giorgio Strehler nelle prove de Il Campiello
Giorgio Strehler nelle prove de Il Campiello

Al Piccolo Teatro di Milano, il 30 maggio del 1975, andò in scena “Il Campiello” di Carlo Goldoni, sotto la direzione di Giorgio Strehler e l’interpretazione di attori straordinari come: Maddalena Crippa, Luigi Diberti, Micaela Esdra, Anna Maestri, Gianni Mantesi, Achille Millo, Didi Perego, Edda Valente, Elio Veller, Pamela Villoresi, Bruno Zanin. Le scene e costumi erano di Luciano Damiani, mentre le musiche erano di Fiorenzo Carpi.

La trama racconta gli amori, le risse, le vanità, gli scherzi e soprattutto, i divertimenti delle donne del popolo, in una fredda giornata di Carnevale. La scena si svolge a Venezia, in una piccola piazza (campiello) circondata da alcune case, tra cui quella di Gasparina e quella di Lucietta; Dall’altro lato del campiello, quella di Orsola e quella di Gnese.

Al centro della scena, sullo sfondo, vi è una locanda con una lunga terrazza ricoperta da un pergolato. Durante il Carnevale, si passa il tempo in svaghi collettivi, come il Lotto della Venturina. Pasqua vuole maritare la figlia Gnese per potersi risposare. La vecchia Catte, per la stessa ragione, vorrebbe che sua figlia Lucietta sposasse presto Anzoletto; Orsola, la frittolera, cerca moglie per suo figlio Zorzetto. Un cavaliere napoletano di passaggio corteggia Gasparina, nipote del ricco Fabrizio. Dopo una lite furibonda per futili motivi, interviene il Cavaliere che riesce a calmare gli animi e invita tutti a cena per festeggiare il suo fidanzamento con Gasparina.

Verso sera le chiacchiere si calmano e tutto è sistemato secondo i desideri degli innamorati e ogni tensione si stempera: Gnese sposa Zorzetto, Anzoletto dà l’anello a Lucietta e il cavaliere potrà partire con Gasparina la quale, prima di avviarsi a cena, si congeda da Venezia con un appassionato, commosso saluto all’umile e schietta umanità di questo campiello.

Il Goldoni in gran parte delle sue commedie introdusse le maschere (in primis quella di Pantalone); ma, quando non assegnò loro una funzione puramente marginale e decorativa, le trasformò in autentici personaggi, sottraendole al convenzionalismo di una schematica tipizzazione esteriore. E, se questi suoi autentici personaggi delle maschere conservarono il nome, il costume e le apparenze, lo si deve esclusivamente alla preoccupazione politica di non urtare violentemente con una “riforma” troppo radicale le consuetudini teatrali del tempo.

Carlo Goldoni, sostanzialmente, si propose di demolire la Commedia dell’arte, anche se né eredità i valori positivi, trasformandoli intimamente, e la presenza più o meno formale delle maschere nelle sue opere fu semplicemente il risultato di un compromesso, al quale però soltanto in alcuni momenti ben determinati (per esempio, quando l’Arlecchino Antonio Sacchi entrò nella Compagnia del Teatro di S. Samuele) sacrificò l’essenza della sua riforma intesa alla creazione integrale del testo teatrale e al ristabilimento della recitazione “premeditata”.

La scrittura del Goldoni è eminentemente scenica, tesa alla determinazione del dramma (cioè dell’azione quale deve svolgersi sulla scena). Ma, oltre che da uno studio del ritmo dello spettacolo, il ritorno alla Commedia dell’arte è stato determinato da un interesse per la particolare posizione che essa conferisce al valore espressivo dell’azione.

(*) Direttore Artistico del Piccolo Teatro Cts di Caserta