Miti del teatro: Il gabbiano, del drammaturgo russo Anton Pavlovič Čechov

Lilla Brignone e Glauco Mauri
Lilla Brignone e Glauco Mauri

Una straordinaria messinscena de “Il gabbiano” curata da Franco Enriquez, e andata in scena a marzo del 1967 al teatro Carignano di Torino. Questi i protagonisti di tutto rispetto: Sorin (Nino Pavese), ex consigliere di stato, ospita alcuni amici e parenti nella sua tenuta per trascorrere le vacanze estive. Tra i vari invitati ci sono anche sua sorella Irina Arkadina (Lilla Brignone), una celebre attrice teatrale, accompagnata da suo figlio Kostantin Treplev (Corrado Pani). Questi è un giovane e ambizioso drammaturgo che approfitta della tenuta dello zio per allestire uno spettacolo teatrale che vedrà protagonista Nina (Valeria Moriconi), una giovane attrice di cui Treplev è invaghito.

Durante la rappresentazione Irina, forse mossa da una leggera invidia, schernisce Treplev e questi decide di interrompere bruscamente la messa in scena. Come se non bastasse Treplev prova un leggero disprezzo nei riguardi di Trigorin (Glauco Mauri), un giovane scrittore esordiente che è anche l’amante di sua madre.

Nina ammira gli scritti di Trigorin e confessa al giovane il sogno di diventare un’attrice, un sogno che coltiva nonostante il parere contrario dei suoi genitori. A quel punto Trigorin osserva sull’erba del giardino la carcassa di un gabbiano, ucciso in precedenza da Treplev, e paragona l’animale alla giovane Nina.

Questo dramma è uno dei testi tra i più conosciuti del drammaturgo russo Anton Pavlovič Čechov, scritto nel 1895.

Sicuramente questa rappresentazione di un ”classico teatrale” andava in scena in un periodo molto favorevole per il teatro, ma, attualmente il nostro teatro vive tra le più aperte e le più irresolubili decadenze, perché siamo talmente schiavi delle consuetudini televisive e calcistiche e ignari delle esperienze storiche del teatro che, pur osservando e deprecando oggi la sua evidente impotenza a colorire di se una civiltà, non sappiamo dar ragione del fenomeno, e soprattutto non sappiamo materializzare la nostra azione per il teatro, cosi da renderla fattiva e feconda.

Assai di sovente si addita, tra le maggiori cause del nostro male, la basilare sproporzione esistente tra la misura del prezzo d’ingresso e le capacità economiche del cittadino che vive del proprio lavoro. Presumibilmente le cause di un simile e impressionante contrasto, sono anche di altro genere, e di un peso altrettanto grave. Certo, anche una diffusa ineducazione e una tenace sordità all’arte, hanno il suo peso.

Responsabilità decisive vanno anche all’evidente impotenza del teatro d’oggi a soddisfare effettivamente quelli che sono i bisogni spesso inconfessati dell’uomo, contribuendo ad assolvere realmente ai compiti di una convivenza sociale. Non si offrono che in via di eccezione forme ed esempi di arte teatrale, isolati e staccati nel loro sviluppo, dai complessi ed estesi fenomeni dell’evoluzione produttiva e dell’espansione di un paese nel suo fiorire.

La scarsità delle nostre forze e specialmente per la pavidità generale di metterle in luce e di dar loro quindi la possibilità di un ampio e fecondo sviluppo, oggi come oggi il repertorio straniero e classico sembra essere l’occasione più propizia per ridare dignità al nostro teatro. Ma sarebbe davvero pericoloso fermarsi qui e non procedere oltre, dando libero campo ai giovani autori che naturalmente verranno a sbocciare e ad emergere.

Il teatro, quindi, é anche condizionato ad una civiltà teatrale vera e propria, al saper distinguere e rappresentare il miglior teatro classico e il miglior teatro moderno nazionale e internazionale; ma che questo non debba mai e poi mai costituire un limite e tanto meno un punto di arrivo.

(*) Direttore Artistico del Piccolo Teatro Cts di Caserta