Miti del Teatro: ‘La Trilogia Della Villeggiatura’ di Carlo Goldoni

La Trilogia Della Villeggiatura
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Il Piccolo Teatro di Milano, il 23 novembre del1954, inaugurò la propria stagione teatrale con La Trilogia Della Villeggiatura di Carlo Goldoni, con la regia di Giorgio Strehler, e con un cast straordinario: Sergio Tofano, Valentina Fortunato, Tino Carraro, Pina Cei, Franco Graziosi e altri meno conosciuti. Le tre commedie della “Villeggiatura” sono una sorta d’illusione spensierata che arriva alla rassegnazione.

La vicenda è semplicissima come schema: Giacinta è promessa a Leonardo ma s’innamora di Guglielmo durante la villeggiatura. Vince la propria inclinazione, mantiene fede alla parola data e fa in modo che Guglielmo sposi la sorella di colui che sarà suo marito. Ovviamente la protagonista è Giacinta per il valore romantico delle sue reazioni di fronte ai due uomini che stanno nella sua vita e per la precisazione psicologica di una ricca femminilità coscientemente avviata a una vita rassegnata e silenziosa. Il finale della Trilogia, in un ambiente squallido e disordinato dove Goldoni fa convenire tutti i suoi personaggi, è indicativo di un dolore che più o meno tocca tutti. Giacinta se ne va con Leonardo dopo aver unito Guglielmo e Vittoria.

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Tra gli sposi così individuati si aggira il parassita Ferdinando che è riuscito ad ottenere una donazione da Sabina, vecchia dama piena di “pruriti” e di voglie. Leonardo pensa alla partenza, ad allontanarsi con Giacinta da Guglielmo che non sa risolversi a porgere la propria mano a Vittoria. Le coppie se ne vanno e Filippo, magnifica figura di abulico, gioviale e un poco umiliato, sempre solo, sempre ultimo, colui che non trova mai nessuno con il quale disputare una partita a picchetto, piange e chiede al pubblico perdono per il cattivo comportamento di tutti.

In tutto questo, sul finale, si determinano la sorprendente verità umana dei personaggi, il clima progressivamente misero della vicenda e segnano l’itinerario indicato dall’interiore solitudine di ognuno. In ogni modo La Commedia dell’arte, intesa come modo di essere del teatro, ha goduto negli anni del primo e, specialmente, del secondo dopoguerra di una singolare fortuna che ha il suo segno peculiare non tanto negli importanti studi critici a essa dedicati quanto nei numerosi tentativi compiuti, in Italia e all’estero, per restituire alle scene il suo spirito e la sua tecnica a livelli diversi.

Il primo interesse che ha senza dubbio spinto non pochi registi contemporanei verso la Commedia dell’arte è stato quello di incontrarsi con una forma teatrale la quale, complessivamente, si giustificava anzitutto per i suoi valori ritmici. Le più tipiche espressioni della Commedia dell’arte, a incominciare dai “lazzi”, prendevano corpo scenicamente ed esercitavano un effetto sullo spettatore, perché si proponevano secondo un ritmo che costituiva la vera forza dello spettacolo.

È da rilevare che il ritorno alla Commedia dell’arte ha avuto in non pochi casi come mediatore proprio Carlo Goldoni, cioè il commediografo che in Italia si era sforzato di superare la maniera dell’improvvisazione, riconducendo gradatamente gli attori alla recitazione premeditata e al rispetto del testo scritto.

(*) Direttore Artistico del Piccolo Teatro Cts di Caserta