Miti del Teatro: l’interpretazione di Vittorio Gassman dell’Amleto di William Shakespeare

Vittorio Gassman
(Credit photo Archivio fotografico della Cineteca Nazionale)

Al Teatro Valle di Roma, il 12 novembre del 1952, andò in scena Amleto La famosa tragedia shakespeariana nella versione italiana di Luigi Squarzina, rappresentata dalla Compagnia del Teatro d’Arte Italiano. Gli interpreti principali furono: Vittorio Gassman, Elena Zareschi, Anna Proclemer, Mario Feliciani, Carlo d’Angelo, Gianni Cavalieri. Regia di Vittorio Gassman e Luigi Squarzina, scene di Mario Chiari.

Tra i tanti e diversissimi modi di interpretare il più problematico tra i personaggi scespiriani, e cioè il protagonista dell’Amleto, personalmente ho sempre preferito quelli meno intellettualistici, meno spinti verso i poli del romanticismo e del verismo, che ci hanno dato un Amleto né pazzo né degenerato, ma semplicemente debole, che non si è abituato a misurarsi con quella realtà che gli mette sulle spalle il tremendo carico della vendetta da compiere, dove incertezze, contraddizioni, dubbi, sospetti, insidie temute per sé e preparate per gli altri.

Vittorio Gassman è stato meglio che un “grande attore”, perché ha evitato tutti i difetti che si accompagnano di solito all’esibizione della grandezza, rivelandosi un interprete fedele e sempre controllato di un testo sentito con profonda sofferenza e reso con ammirevole pienezza di passione e di espressione. Difficile farsi un’idea dell’importanza che il teatro ha nella vita civile dei popoli, dopo aver visto la rappresentazione d’uno di quegli spettacoli cui di solito è chiamato il pubblico.

V’invito perciò a riportarvi col pensiero ai tempi in cui civilissime società umane, quali furono in Grecia e in Roma antiche e, per quel che se ne sa, assai prima in India, e dopo, nel nostro Rinascimento, ancora in Roma, ma soprattutto a Ferrara e a Firenze, dove celebravano il teatro come un rito religioso, o quasi. Cioè come un vero e proprio “atto di vita” che accomunava tutti gli spettatori, nella realtà appropriatamente creata dal poeta per esaltarne i sentimenti. All’epoca era inconcepibile, che del teatro se ne potesse fare a meno, perché rappresentava l’avvenimento solenne, non tanto per quell’istante rappresentativo, quanto di un’espressione attesa e necessaria della vita comune, un saggio che questa vita offriva a se stessa, e la parola del poeta s’innestava assai più visibilmente tra i massimi valori ideali di quella società.

Ma, spesso volte ho sentito dire che le collettività passate non esprimono quelle attuali, e che quelle moderne, sono più civili, più grandi e complesse. Però a mio avviso, il teatro nell’epoca attuale è diventato ahimè più futile. Oggi, il teatro non può essere altro che un modo di far passare la serata a gente che, avendo lavorato tutto il giorno, chiede un po’ d’onesto svago prima d’andarsene a dormire. Confessiamo dunque che il teatro se mai ebbe un gran valore culturale nel passato, se mai fu nella sua essenza stessa d’averlo avuto così grande, oggi tale valore è andato in buona parte scemato.

(*) Direttore Artistico del Piccolo Teatro Cts di Caserta