Miti del Teatro: il malinconico e bizzarro Pinocchio di Carmelo Bene

Carmelo Bene in Pinocchio

Lo spettacolo “Pinocchio“, con la regia e il libero adattamento di Carmelo Bene, andò in scena per la prima volta nel 1961 al Teatro Laboratorio di Roma. Tra i principali protagonisti, oltre allo stesso Bene, in scena vi era anche Giuliana Rossi, Edoardo Florio, Piero Vida, e tanti altri.

Il Pinocchio di Carmelo Bene è stato proprio il Pinocchio benemerito della nostra infanzia, con le care parole sapienti e maliziose di Collodi, e in più quello che nessun Disney potrebbe darci, la partecipazione del bambino che ascolta quelle storie, s’identifica col burattino e vive quelle vicende ovvie e impossibili, quelle tentazioni, quei divieti, quegli impulsi improvvisi, quegli scoppi di disperazione, quei finti veri pentimenti, quelle consolazioni immancabili e inutili. Questa fu la chiave del Pinocchio di Carmelo Bene, poetica e malinconica, umoristica e bizzarra, un po’ tenera un po’ crudele e molto vera.

In questo spettacolo, il protagonista è finalmente quello che è, un ragazzetto che pronuncia i soliti voti di castità, povertà, ubbidienza, ma nello stesso tempo giura, a voce alta, con solennità, che disubbidirà. Disubbidirà disinteressatamente, eroicamente, fino all’ultimo respiro, se glielo lasceranno fare.

Il mondo dell’infanzia, si sa, è governato da leggi dure e precise, le quali portano i bambini a comportarsi in un modo che, riferito ad adulti, apparirebbe barbaro, mostruoso, anzi sadico e pieno di narcisismo e di libidine. E gli adulti spesso lo considerano tale e si regolano di conseguenza, sforzandosi in ogni modo di piegare i bambini alla cosiddetta buona condotta. Il bambino si piega quando non può farne a meno.

Ma che boccacce, che beffe, che lampi di speranza verso un buon cataclisma che spazzi via sull’istante dalla faccia della terra tutti quei babbi e mamme, e le nonne, le zie, le serve, le balie, i maestri e le maestre, e i bidelli, gli istitutori, i preti, e le monache, tutti, ma proprio tutti intorno ai bambini, per ammonire minacciare ricattare blandire corrompere: a educare.

Uno spettatore sprovveduto che fosse entrato per caso nella sala dove si recitava Pinocchio, si sarebbe identificato probabilmente col burattino, e nel senso che s’è detto. Ma lo stesso uomo capitato a vedere il Faust con Carmelo Bene, senza saper nulla dello stesso Bene e delle sue intenzioni, che immagine avrebbe riportato? Certamente l’immagine tradizionale della profonda cultura melodrammatica italica alla Donizetti e alla Verdi.

Però non dimentichiamoci che anche la farsa, per vocazione e per necessità, è profonda: si mostri pure un sempliciotto malaccorto che fa uno scivolone, una bastonata che piomba sulle spalle di qualcuno, un balbuziente che balbetta, tanto queste cose non sono altro che parti accessorie, preliminari per ridere sulla sciagura altrui, finta o presunta, ma tali farseschi eventi, comunque, non impediranno una seria e profonda riflessione sulla verità celata all’interno del dramma umano, sebbene esibita a farsa.

(*) Direttore Artistico del Piccolo Teatro Cts di Caserta