Miti del teatro: Il muro del silenzio di Paolo Messina

Paola Borboni
Paola Borboni ne "Il muro del silenzio"

Lo spettacolo Il muro del silenzio di Paolo Messina, autore palermitano, è stato rappresentato per la prima volta, il 5 dicembre 1961, al Teatro del Convegno di Milano, con la regia di Enrico D’Alessandro.

Le parti sono state così distribuite: La madre (Paola Borboni); Giacomo (Alberto Terrani); Antonio (Piero Faggioni); Leonardo (Adalberto Merli); Andrea (Nino Fuscagni); Neli (Gianfranco Tuminelli); Flavia (Annabella Andreoli). Scena di Aligi Sassu.

Quest’opera si affaccia su un tremendo problema sociale, che per la Sicilia, e non soltanto per l’isola, è purtroppo attuale da secoli, e si rinnova continuamente nel sangue, complice l’omertà. Quel muro di silenzio che non ha mai spezzato la catena dei delitti.

La storia racconta di una madre, simbolo di una Sicilia arcaica ma tuttora attuale, complice involontaria della prepotenza mafiosa di cui è vittima, e soprattutto a causa della paura di perdere i suoi figli. Dopo la morte del marito, ucciso in un agguato, la Madre, preda di un ricatto, innalza attorno a sé un invalicabile “Muro di Silenzio”. È il suo modo di proteggere i figli, fino a quando, però, il dolore più difficile da sopportare non la spingerà a dire la verità innescando un drammatico crescendo di morti e dolore.

“Il Muro di Silenzio” è metafora di una condizione storica e insieme un atto di rivolta contro ogni forma di tirannia, morale e materiale. Un incitamento ad abbattere le barriere ancestrali di paura che rendono schiavi di un destino di dolore e morte.

In ogni modo, l’autore siciliano per eccellenza è Pirandello, e la genesi del teatro pirandelliano va ricercata nella sua narrativa. In un suo scritto sulle origini del nostro Teatro, Pirandello ebbe ad affermare che esse dovevano identificarsi nel Decamerone, dove caratteri e situazioni, linguaggio (parlato) e vicende, tutto anticipava la versione teatrale, preparandosi alla rappresentazione del suo mondo.

Quello che Pirandello disse del Decamerone, potrebbe riferirsi alla sua stessa opera, ma in senso conclusivo rispetto alle sorti del nostro teatro drammatico. Con la differenza, inoltre, che mentre lo spirito e le forme del Boccaccio penetrarono e ispirarono la nostra drammaturgia, determinandone assieme a Plauto la natura, per quel che riguarda Pirandello si vedevano già costituite saldamente le strutture del teatro drammatico, e alcune favorevoli circostanze, fecero sì che la trasformazione divenne opera dello stesso Pirandello. Senza l’intervento del suo stesso autore, la trasformazione con ogni probabilità non si direbbe mai verificata.

(*) Direttore Artistico del Piccolo Teatro Cts di Caserta