“Il Tacchino” di Georges Feydeau

Tino Buazzelli Alberto LionelloDina Sassoli Giuseppe Pistone
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La commedia Il Tacchino di Georges Feydeau è stata rappresentata al Teatro Politeama di Genova, il 17 ottobre 1957, dalla Compagnia Volonghi/Buazzelli/Lionello. Questi gli interpreti principali: Tino Buazzelli, Alberto Lionello, Lina Volonghi, Olga Gherardi, Luciana Bettini, e tanti altri. Regia di Sandro Bolchi. In questo spettacolo vi si trovano radunati tutti i caratteri, tutti i tipi, tutte le trovate, tutte le situazioni, tutti gli ingredienti necessari alla fabbricazione del genere; perfino i campanelli d’allarme sotto gli indaffarati materassi.

Occorre però saper usare di tutto questo ciarpame con gusto, con abilità, con buona intuizione. Non occorre rilevare, ne tentare storture umoristiche, ne deviare il corso dell’azione per insinuare trovate cervellotiche; basterà solo seguire la formula della “pochade”, che è bislacca assai meno di quanto non si creda, e anzi è addirittura aritmetica, esatta, calibratissima.

Feydeau, come gli altri scrittori di teatro, è un drammaturgo che non tiene per sé le sue fantasie, i suoi dolori e i suoi sogni, ma sollecita il pubblico a incontrarsi con lui nello spazio magico della scena, e lo spettatore “sale” sul palcoscenico, vive il dramma, diventa personaggio, partecipa all’azione, s’identifica con la creatura poetica immaginata dal drammaturgo. Autori come: Giraudoux, Claudel, Pirandello, Brecht, Ionesco, Sartre, Camus, Beckett, etc, non offrono soltanto uno specchio alla società, ma le dà una coscienza che diventa sempre più precisa con l’esperienza tragica e comica dell’essere.

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Nell’angoscia, tra le contraddizioni e lacerazioni di un’intera società, pochi valenti autori teatrali cercano di fare il punto, di vedere con lucidità, di scoprire se nell’impossibilità di esistere c’è ancora una possibile speranza di dare un’anima alle cose. I personaggi, chiamati dall’autore ad esistere sotto le luci della ribalta, vivono una loro vita particolare; ma è pur sempre il poeta, il drammaturgo, ad animare quell’esperienza, nel rituale della scena che vibra. Se gli uomini si sentono incompleti, anche i personaggi dei drammaturghi posseduti da insaziato desiderio d’amore non sono compiuti in se stessi, non sono che un grande richiamo, un grido lungo verso l’ignoto, non sono che la parte di un tutto che non giunge a realizzarsi.

Per questo anche i personaggi soffrono di una loro parzialità e negatività, anch’essi non riescono ad adempiersi. Il poeta presta loro uno slancio di vita, la disperazione, la rivolta e il sogno, ed essi si ergono, si agitano tra le iridescenze dello spettacolo, e il loro sentimento si riversa poi, invade il cuore del pubblico, ed è il grande incontro teatrale. I personaggi svelano il loro segreto, lo spettatore lo fa suo, e a sua volta ne esalta l’impeto e il furore con il suo patire e simpatizzare; la confessione e l’abbraccio degli spiriti, gli uni con il loro peso, con la gravezza fisiologica e quotidiana del vivere, gli altri con la fantasia che cerca ancora e sempre il suo creatore, si fondono nel miracolo teatrale; che è incontro e redenzione.

Il teatro è dunque il luogo di una ricerca tragica, a volte infruttuosa, un luogo ove ci si può amare ed essere felici. Nella dimensione ardente e desolata, nella tragedia brutale della vita che abbiamo vissuto (le guerre, la politica, le rivoluzioni, l’infrangersi del costume, il disperdersi delle religioni), si può cogliere, nonostante tutto, il segno di una speranza, di un che di vivo. Il coro ansioso del pubblico s’innalza nel mondo dei fantasmi, nella vivente poesia. E’ il bisogno umano di congiungersi con gli altri e con l’infinità dell’essere: uomini e fantasmi solidali nel coraggio e nella fantasia.

(*) Direttore Artistico del Piccolo Teatro Cts di Caserta