Il movimento “Black Lives Matter” ha riportato alla ribalta “They don’t care about us” di Michael Jackson

They don’t care about us
Michael Jackson in "They don’t care about us"

L’omicidio di George Floyd, avvenuto il 25 maggio, ha sconvolto non solo la quotidianità americana, come testimoniato dalle numerosissime manifestazioni in corso nell’intero Stato, ma la coscienza del mondo intero.

Sicuramente gli Stati Uniti non sono estranei a questo tipo di eventi e neppure di manifestazioni: si stima che un uomo di colore ogni mille verrà ucciso da un agente di polizia nel corso della propria vita e tali episodi sono dunque la causa dell’1,6% di tutti i decessi di afroamericani tra i 20 e i 24 anni. Ma le ultime parole implorate dall’uomo texano sono rimaste ben impresse nelle menti di milioni di donne ed uomini in tutto il mondo e si sono trasformate in un vero e proprio slogan per le manifestazioni che stanno ormai dilagando in tutto il territorio statunitense: “I can’t breathe”.

Le brutalità disumane con cui sono costrette a convivere tutte le minoranze che abitano il suolo americano sono già state abbondantemente denunciate nel passato attraverso tutti i possibili artifici creati dalla mente umana. Basti pensare a quanta musica sia stata dedicata alla lotta contro ogni forma di discriminazione esistente nel corso dei decenni  scorsi.

Dai Beatles a Bob Dylan, passando per Aretha Franklin e Nina Simone, soprattutto la musica americana si è occupata di combattere il tarlo della discriminazione attraverso delle denunce musicali che difficilmente potranno essere dimenticate.

Un singolo che è tornato nuovamente alla ribalta nelle classifiche delle più importanti piattaforma musicali è “They don’t care about us” di Michael Jackson.

La canzone definita dallo stesso Jackson come avente “l’intenzione di essere una canzone contro ogni forma di discriminazione sociale” venne aspramente criticata a causa di alcune parti del testo che apparivano essere controverse, ed inoltre il video musicale, interamente girato all’interno di una prigione e contenente scene di violenza connesse alla tematica della discriminazione razziale, venne censurato dalla più grande emittente musicale del tempo, ovvero MTV.

Tutto ciò a dimostrazione del fatto che fino a quando lo stato statunitense ha potuto mettere a tacere tale problema, ha represso persino la libertà di espressione di cantanti, i quali si erano schierati apertamente contro tale comportamento statale.

Ma stavolta la situazione sembra essere diversa: sono giorni che le manifestazioni su tutto il territorio vanno avanti e la polizia americana non può far altro che arginare la questione, senza riuscirci davvero: le manifestazioni sono giunte fino all’edificio che per eccellenza rappresenta il potere americano, la Casa Bianca, e nonostante le violenze che continuano ad essere perpetrate dalla polizia durante tali manifestazioni, queste non sembrano volersi arrestare.