Natale in casa Cupiello: un capolavoro di figure mediocri con un’eccezione

Natale in casa Cupiello di Edoardo De Angelis

Non è nostra intenzione inserirci nel dibattito che si è creato fra “progressisti” e “puristi” a proposito della trasposizione televisiva andata in onda su Rai 1 la sera del 22 dicembre. Ci limitiamo a dire che la critica diretta a questo prodotto, buono seppur non eccezionale, è a nostra opinione eccessiva: Castellitto & co hanno interpretato il capolavoro eduardiano e non erano tenuti ad imitarlo.

Ciò detto, ci siamo posti come scopo della nostra trattazione un’analisi dell’opera che tocchi i personaggi principali nel proprio insieme e non nel singolo.

Il titolo può sembrare provocatorio. Qualcuno, forse, leggendolo si sarà chiesto come sia possibile definire mediocri i personaggi partoriti dalla sublime penna di Eduardo. Ed invece è proprio così:  lo scorrere della vicenda culmina nel tripudio della mediocrità, eccetto che per un personaggio di cui parleremo alla fine.

Parliamoci chiaro. C’è un qualche personaggio sublime nell’opera? Se Luca è un saggio bambinone cui il mondo rovinerà sulle spalle, Concetta è una moglie scorbutica ed una madre apprensiva; se zio Pasqualino è un simpatico imbroglione, Nicolino Percuoco è la definizione del “povero diavolo”, cornuto e mazziato; la tresca tra Ninuccia e Vittorio Elia non ha nulla di speciale: è una banale storia d’amore extraconiugale risoltasi in tragedia, in cui sicuramente c’è del lirismo, ma non è originale.

La mediocrità dei personaggi citati consiste nell’essere privi di straordinarie qualità, nel condurre la propria vita come farebbero tutti, cercando di adattarsi alle convenzioni sociali senza, tuttavia, rinunciare a quegli infantilismi che, a seconda dei casi, ci rendono piatti o ci distinguono in positivo.

La tragedia consiste nella piattezza, per l’appunto. I personaggi dell’opera (tranne  uno) non sono dinamici ed il dramma si abbatte sulle loro spalle in maniera inevitabilmente rovinosa per questo: il non essere in grado di cambiare, il non riuscire a superare le proprie debolezze rende il loro destino catastrofico. Se Ninuccia fosse stata in grado di rinunciare all’amante, se Concetta non avesse avuto del marito la considerazione che si ha di un bambino da tenere all’oscuro di tutto, il disastro non si sarebbe consumato.

La scena finale, la patetica veglia su Lucariello morente è la presa di coscienza da parte di un’umanità che ha bisogno del dramma per rendersi conto della propria debolezza di fronte all’ineluttabilità del destino. Soffrire per imparare, allora? Sì, Eschilo aveva ragione.

Abbiamo, fino ad adesso, celato l’identità del personaggio atipico, di colui che si salva dal ciclone della mediocrità dell’abitudine. Non un grande mistero per chi è arrivato sin qui leggendo l’articolo con attenzione. Quale personaggio importante abbiamo escluso dall’elenco “delle debolezze” che abbiamo stilato nella prima parte della trattazione? Nennillo, naturalmente!

Perché Tommasino non dovrebbe essere mediocre? Lui come gli altri protagonisti dell’opera ha delle abitudini ed un modo di fare che vengono drammaticamente meno all’indomani di quella fatale cena della vigilia.

Però Nennillo è speciale. E’ speciale perché anche nella sua abitudine non era mediocre. Uno scemo, lo definiremmo. Ma scemo davvero: ruba e si fa scoprire, lancia piatti e scrive ancora delle tragicomiche letterine di Natale. Zio Pasqualino gli somiglia, ma è molto più meschino; persino nelle malefatte del figlio di Luca, invece, non si può non scorgere la buona fede che ce lo fa assolvere poiché pensiamo che se si comporta così e perché ciò è inevitabile.

Proprio per questo la sua purificazione finale, la catarsi aristotelica alla fine della tragedia, ci risulta ancora più nobile: dalle stalle dell’eterna puerilità il bambino assurge al firmamento degli adulti. Il passaggio è doloroso, suscitato da un dramma: Tommasino deve passare dall’infanzia all’età adulta senza attraversare lo stadio intermedio dell’adolescenza. Eppure questo dinamismo, che, al contrario, manca agli altri, lo rende la figura più straordinaria dell’intera opera.

Se per gli altri la morte di Luca è la necessaria punizione per aver vissuto un’esistenza di piccoli e grandi egoismi, per Nennillo essa è l’obbligato rito di iniziazione alla maturità. Luca se ne sta andando, Concetta è affranta ed il ragazzo è obbligato a fare quello che non aveva mai fatto: prodigarsi per gli altri. Sale e scende le scale del palazzo per andare in farmacia ed addirittura restituisce il resto della spesa alla madre! L’esperienza della morte del padre, quindi, sarà la chiave di accesso alla realtà, che adesso non corrisponde più al tetto familiare, bensì al mondo.

Un elogio dell’eterno bambino? No, piuttosto la lode al coraggio di non essere più nennilli. Concluderemo dicendo che il finale alla fatidica domanda di Luca è il momento più alto del passaggio da uno stadio della vita all’altro.