“N’atu rito ‘e vino”, di Eduardo De Filippo. Quando il vino si sposa con la vita

Il vino è ormai entrato completamente nelle nostre vite. Che siamo con gli amici, con una donna, ad un evento enogastronomico, alla presentazione di un libro, l’oro rosso o bianco, a secondo dei nostri gusti, è nobilmente presente. Molti anche gli eventi in tutta Italia che hanno per tema l’uva e la vendemmia, esaltando, in particolare, i vigneti locali.

Questa bevanda ci lega al passato….Ricordate quando i nonni o i padri mettevano il  vino sulla bellissima tavola imbandita della domenica, dove le nonne e le madri recavano gustosi piatti, dopo che si erano affannate a preparare un pranzo degno del giorno del Signore, accompagnato dagli invitanti dolci della pasticceria…Perché, in fin dei conti,  il vino, da sempre, si lega all’idea di famiglia e di convivialità, specialmente nei paesi, dove si vedono tutt’ora contadini che fanno assaporare il prodotto della loro vendemmia, ancora spumoso, dal gusto inebriante e dal sentore profumato.

Eppure, a volte, il contenuto di una bottiglia diventa un amico infido, specialmente nei periodi bui delle nostre esistenze. Lo riteniamo la panacea dei nostri mali: bevi e dimentica, bevici su, quante volte queste espressioni ci hanno accompagnato dopo una delusione di qualsiasi tipo.

Il vino, già anticamente coltivato nei territori greci e romani, entrò ben presto nella letteratura: era associato all’idea del simposio, dove si stava insieme e si parlava di argomenti politici o letterari, come vediamo, ad esempio, nelle raffigurazioni della Tomba dei Leopardi di Tarquinia;

ai festeggiamenti, quando, ad esempio, veniva abolita la tirannide in alcune poleis greche, avvenimento cantato da Alceo, poeta greco del VII-VI sec. a.C., nel framm. 332 V, ripeso da Orazio, poeta latino del I secolo a.C., nell’Ode I, XXXVII, v. 1, nel famoso nunc est bibendum che significa ora bisogna bere;

a delle delusioni amorose o alla vita, in quanto il vino permette di riflettere sull’esistenza, proprio come ha fatto il nostro grande ed unico Eduardo De Filippo nella poesia N’atu rito ‘e vino, di cui riporto il testo:

N’atu rito ‘e Vino

Dint’a butteglia
n’atu rito ‘e vino è rimasto

Embè Che fa m’ ‘o guardo?
M’ ‘o tengo a mente e dico:
Me l’astipo e dimane m’ ‘o bevo?
Dimane nun esiste,
E ‘o juorno prima siccome se n’ ‘è gghiuto, manco esiste.

Esiste sulamente ‘stu momento
‘e chisto rito ‘e vino int’a butteglia.

E che faccio, m’’o pperdo?
Che ne parlammo a ffà!
Si m’ ’o perdesse Manc’’a butteglia me perdunarria.
E allora bevo….
E chistu surz’’è vino vence ‘a partita cu l’eternità!

Questa poesia di Eduardo richiama l’idea della caducità umana nonché del cogliere l’attimo, già cantata da Lorenzo de Medici nell’ultimo verso del Trionfo di Arianna e Bacco, in cui il poeta fiorentino scrive di doman non c’è certezza.

Componimento molto complesso è N’atu rito ‘e vino, che ci mostra un uomo dinanzi all’ultimo sorso di vino di una bottiglia quasi terminata. Decide inizialmente di berlo l’indomani ma questa scelta introduce nell’animo dell’attore teatrale napoletano alcuni pensieri sulla concezione del tempo: il passato è trascorso ed è già dimenticato; il futuro non esiste perché lo creiamo noi attraverso gli eventi che ci accadono durante la giornata dell’oggi; l’oggi, invece, c’è ed è concretizzato nell’ultimo sorso di vino…perché, in fondo, il Signor Vino o la Signora Bottiglia, si offenderebbe se si butta via e non si finisce questo ultimo sorso. 

Alla fine Eduardo beve, concludendo, quasi con un passaggio biblico, E chistu surz’’è vino vence ‘a partita cu l’eternità! e possiamo dirti, caro Eduardo, che tu la partita con l’eternità l’hai vinta.

 

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