Non permettiamo al Coronavirus di disgregare i rapporti umani: sarebbe il fallimento della nostra civiltà

Abbraccio

Il dramma coronavirus è ormai una questione mondiale, e a tenerci attaccati a un filo di speranza in tempi così bui, è solo la frase “Andrà tutto bene”, ripetuta come un mantra alla ricerca di un conforto che i dati quotidiani non sembrano riuscire ad apportare.

Come poche volte è accaduto nella storia, l’Italia si ritrova coesa a perseguire un valore che sembrava dimenticato: il bene comune.

Nella mente di tutti però sorge spontanea una domanda: come e cosa faremo quando questa tragica situazione avrà termine e finalmente ritorneremo alla normalità?

Il  Coronavirus diventerà inevitabilmente parte integrante di chi l’ha vissuto, segnerà nel profondo le relazioni interpersonali, i sentimenti, la fiducia verso il prossimo, con il rischio di incrementare quelle distanze che in questi giorni difficili vorremmo annullare.

Accanto a questo possibile scenario potrebbe però configurarsi una prospettiva diversa: tutti potremmo uscire migliorati da questa tragedia: più empatici, consapevoli di quanto possa fare bene un abbraccio o un sorriso, orgogliosi di un sistema sanitario troppe volte denigrato e nelle cui mani miracolose oggi ci affidiamo.

Insomma da tanto dolore potrebbe configurarsi un nuovo slancio verso il futuro, una  lezione di vita che questo nemico implacabile potrebbe lasciarci in eredità.

L’aria che respiriamo in questi giorni risuona di echi letterari: Boccaccio, Manzoni, Tucidide, pur lontani nel tempo, hanno mirabilmente descritto le tragiche epidemie della storia umana, ricorrendo a  topos comuni come la disgregazione dei rapporti umani, il crollo della civiltà, i sospetti sull’origine della malattia; nel silenzio delle nostre strade sembra concretizzarsi il senso di quelle pagine, talvolta lette distrattamente.

Grande e indimenticabile lo sgomento nel vedere Piazza San Pietro deserta, mentre si innalza lo stesso crocifisso “miracoloso” che nel 1522 il popolo portò in processione  per le vie di Roma colpita dalla “grande peste.”

La preghiera, oggi come allora, è sempre la stessa.