“Se Nun So’ Duje So’ Tre” una commedia scritta e diretta da Rita Pirro in scena al Piccolo Teatro CTS di Caserta

Caserta – Torna la commedia comica al Piccolo Teatro Cts di via Louis Pasteur 6 (zona Centurano). Infatti per questo fine settimana, sabato 14 aprile ore 20,30 e domenica 15 aprile ore 18,30, è previsto lo spettacolo  dal titolo “Se Nun So’ Duje So’ Tre” scritta e diretta da Rita Pirro. In scena ci saranno: Vincenzo Coppola, Eduardo Stasi, Rosy Speranza, Giuseppe Baldini, Lello Pipolo, Lilly Amati, Luisa D’Onisi, Tony Vespe, Gina Luongo. Queste le note di regia:

Condotta con i modi della commedia napoletana ottocentesca sul tema del riconoscimento dei figli illegittimi, caro al teatro fin da Plauto, in questa commedia si inseriscono risvolti agrodolci, tra malinconia e grasse risate. I fatti si svolgono intorno ad una aristocratica dimora napoletana in bilico tra due secoli.

Tony Vespe nel ruolo di Vincenzo Esposito

Il Barone Ottaviano Del Duca e sua moglie Aspasia, soli, ormai anziani, senza eredi, vivono tristemente la loro età. Il Barone somatizza la solitudine mostrando tratti ipocondriaci, Aspasia riversa in coccole eccessive al cane Medoro l’istinto materno frustrato.
In questa situazione il Barone confessa alla moglie l’esistenza di un figlio illegittimo, nato, prima del loro matrimonio, da una fugace relazione con una cantante.

Aspasia prontamente lo perdona, e i due decidono, pressati da una urgenza di affetti, di incaricare una Agenzia Investigativa di rintracciare il figlio sperduto.
Scompare d’improvviso il cane Medoro, gettando in ambasce Aspasia.
Da questo punto la trama di esile commedia degli affetti si impenna su differenti versanti, più improbabili e surreali, più farseschi e decisamente ridanciani.

Il fulcro di questa ridda scoppiettante di gags variegate, assortite, ma mai sovrapposte o devitalizzanti è lui, Vincenzo Esposito, il cuoco/presunto figlio. Vincenzo Esposito, petulante e borioso nella voce, ignorante nell’esposizione del pensiero, cattivo e anche… mariuolo. Ma attorno a lui scoppiano i mortaretti delle battute teatrali, dei gesti e dei movimenti, delle pause e dei silenzi; insomma quella summa infinita di particolari che il gran Maestro Eduardo definiva “La magia del teatro”.

Il primo “deragliamento” surreale ce lo fornisce l’Investigatore, figura improbabile e surreale che tiene comportamenti equivoci e, addirittura prende abbagli. E’ lui che, comunicando alla nobile coppia che l’erede ricercato altri non è che il nuovo cuoco, da poco assunto e già rivelatosi rissoso, maleducato e rozzo, getta per primo la casa nello scompiglio. Riappare il cane  Medoro trasformatosi però, non si sa come in un barboncino. Il cuoco passando da dipendente a padrone peggiora gli aspetti più negativi del suo carattere innescando situazioni insostenibili e perigliose in tutti e due i campi.
Quando la vicenda tra padroni e servitori è ormai satura, nuovamente e surrealmente l’investigatore scompiglia le carte, peraltro già arruffate, affermando che, per una omonimia è capitato uno scambio di persone.

Il vero Vincenzo Esposito, generato dagli aristocratici lombi del Barone, è un altro; un giovane privo di intelligenza e di ogni spirito vitale, un babbeo fatto e rifinito!

Infine il cuoco, sentendo che le vicende volgono al peggio, incamera nella sua valigia l’argenteria “di famiglia” e fugge.

Il secondo Vincenzo, il babbeo,, stupefatto dai repentini mutamenti, per lui incomprensibili, alla notizia del furto e della fuga del rivale, fugge a sua volta, spaventato.
Il sipario cala con i due anziani protagonisti tornati soli; la Baronessa passeggia surrealmente sulla scena, col barboncino, novello Medoro, come se nulla fosse accaduto, sotto gli occhi attoniti dell’incredulo marito.