Papà arrestato nel tentativo di provare che la moglie manipola il figlio minore

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Giusta la sentenza di condanna. È reato spiare le persone quando si è assenti

Ancora una volta torna nelle Aule del Palazzaccio un caso di interferenze illecite nella vita privata. Dopo una sentenza di alcune settimane fa, i giudici di legittimità si sono pronunciati nuovamente sul reato ex art. 615 bis del Codice penale.

Hanno infatti stabilito che chi predispone mezzi di captazione visiva e sonora nella propria dimora, carpendo immagini e conversazioni o notizie attinenti alla vita privata degli abitanti di una dimora (sia stabili conviventi oppure occasionali ospiti), commette il reato di interferenze illecite nella vita privata.

Serve, tuttavia, che l’autore della condotta non sia presente al momento dell’atto di vita privata captato. Perciò, quando si può essere certi dell’innocenza di una persona che raccoglie immagini di vita privata? Sarà innocente – quindi, non risponde del reato – la persona che condivide con i medesimi soggetti immortalati l’atto della vita privata. Ma andiamo con ordine.

Mamma manipola il figlio: Fatto e Diritto in breve

Un uomo, il cui matrimonio è in corso di separazione giudiziale, decide di voler provare che la moglie manipola il figlio minore. Per i giudici, però, l’idea di nascondere “cimici” nella casa dove vivono madre e figlio è reato.

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L’interferenza, dunque, non è lecita, poiché il gesto compiuto non è da valutare alla luce del momento di riservatezza violato, bensì del fatto che chi registra sia o meno presente nel video (Leggi anche: Quando installare telecamere in casa per controllare i familiari è reato).

Pertanto, l’uomo ha compiuto il delitto di cui all’articolo 615 bis Cod. pen. avendo installato la microspia nella casa di sua proprietà per captare le conversazioni della signora con terzi, per precostituirsi mezzi di prova da usare nella causa di affidamento del “povero” minore.

Padrone di casa e ciberspia. Partecipazione dirimente e dolo generico: il Diritto Penale in breve

Così ha deciso la quinta sezione penale della Cassazione, con sentenza del 27 marzo scorso, che ha reso definitiva la condanna pronunciata in Appello. È reclusione di quattro mesi più il risarcimento del danno. Non conta – spiegano i giudici – che sia anche il padrone di casa l’uomo che ha nascosto la “cimice”.

Conta che siano stati registrati colloqui della futura ex moglie con terzi (figlio minore compreso). È poi irrilevante – come motivo dedotto in difesa – che il padre tema di perdere il rapporto col minore in vista della causa di affidamento.

Ciò posto, per il Diritto penale è irrilevante la proprietà di un luogo ove si svolga la vita privata. Nella configurazione del reato di interferenza nella vita privata basta che vi sia l’assenza di colui che interferisce al momento della registrazione, con qualunque mezzo di captazione, dei momenti intimi, cioè qualunque atto di vita quotidiana. Inoltre, la manipolazione psicologica del figlio minore fa scattare l’affido condiviso nel giudizio civile, quindi il rapporto padre-figlio è al sicuro.

E, tra l’altro, non conta la paura (o spinta emotiva) del padre per il pericolo cui è esposto il figlio. I giudici hanno perciò tenuto a ricordare che per il reato ex art. 615 bis Cod. pen. basta il dolo generico, ossia la volontà costante con cui l’uomo si è procurato indebitamente immagini e audio inerenti l’altrui privacy.