Papa Francesco e le lingue: un rapporto tormentato o c’è di più?

Papa Francesco e le lingue, un rapporto tormentato o c’è di più
© Afp - Papa Francesco in partenza per l'Iraq

Introdurre il personaggio sarebbe inutile, perciò andiamo dritti al fulcro della trattazione: avete mai notato che la lingua utilizzata dal pontefice (tranne che nei paesi ispanici) in tutte le visite all’estero è l’italiano?

Vale la pena ricordare che il Vicario di Cristo, oltre a padroneggiare bene la nostra lingua, possiede discreti rudimenti di francese (studiato a scuola), conosce un po’ di tedesco ed ha un’idiosincrasia “imperdonabile” nel 2021: non mastica l’inglese!

A dire la verità, sembra un po’ negato. Pochi anni fa, davanti ad una platea anglofona, Papa Francesco, non riuscendo ad esprimersi nella lingua di Shakespeare, ha dovuto ammettere le proprie lacune.

Ecco quello che ha detto in un inglese molto stentato: un mio amico mi ha detto ieri: “non puoi parlare ai giovani con un testo scritto, con la carta, ai giovani devi parlare spontaneamente, con il cuore”. Ma ho un problema, il mio inglese non è un granché, ma se volete posso dire altre cose spontaneamente. Siete stanchi? Posso andare a casa? Al no del giovane auditorio, il pontefice ha spiazzato tutti, dicendo che avrebbe continuato, ma in italiano!

Ora, lungi da noi sminuire l’importanza dell’inglese. Sarebbe da pazzi pensare di poter fare a meno della lingua più universale al mondo. L’inglese, d’altra parte, è la nuova lingua franca, probabilmente il mezzo più efficace a sfondare i muri (per la verità sempre più sottili) di questo mondo che, oramai, è sempre più un villaggio globale, volendo utilizzare l’espressione coniata da Marshall McLuhan nel suo saggio “Gli strumenti del comunicare”.

Il Santo Padre, pur essendo una delle figure più “globali” del mondo, sembra proprio non volersi adattare; lo abbiamo visto anche durante il recente viaggio in Iraq.

Si potrebbe obiettare che se Bergoglio fosse capace non si farebbe problemi a parlare in inglese durante le visite internazionali. L’obiezione sarebbe pertinente, ma restano degli interrogativi: possibile che un uomo del suo spessore non ce la faccia proprio? Possibile che una delle personalità più importanti al mondo non trovi un tutor che riesca a metterlo sulla “retta via” (è proprio il caso di dirlo)? Sarà vero che Papa Francesco gnâfà proprio, ma in questo “rifiuto” ci vogliamo vedere qualcosa di diverso, di identitario: che il Papa, oltre al messaggio di Cristo, esporti nel mondo, con vanto, il proprio legame con l’Italia (senza contare le sue origini piemontesi)?

Non sarà vero, ma ci vogliamo credere. Del resto, in un’Italia in cui l’idioma di Dante è sempre più off limits per la maggior parte dei “nativi”, chi lo avrebbe mai detto che un uomo venuto dai confini del mondo sarebbe stato fra gli ultimi ad utilizzare con orgoglio la suddetta lingua?