I Pastori di D’Annunzio, la poetica bellezza dei “tratturi” d’Abruzzo

I tratturi, questi sentieri antichissimi creati dal passaggio degli armenti e nel corso dei secoli, abbelliti con bordature arboree o ghiaia, sono divenuti, in diversi casi, attrazioni turistiche. Ne ho parlato con la guida turistica abruzzese Laura Colaprete, che mi ha spiegato come l’Abruzzo, la Basilicata, il Molise, la Campania e la Puglia, regioni che per secoli hanno avuto un forte vocazione agricola-pastorale, hanno sfruttato economicamente questi percorsi. Lei mi ha ispirato la scelta della poesia di oggi, I pastori del D’Annunzio.

I primi a parlare di questi sentieri furono Varrone, studioso di agricoltura nel I sec. a.C. nel De Re Rustica, nonché Virgilio e Plinio il Giovane mentre in tempi più recenti Verga ed Ignazio Silone. Laura, inoltre, mi ha anche riferito che dal 2006 i tratturi sono stati inseriti nella lista per la candidatura a Patrimonio dell’umanità e quindi tutti, agricoltori e turisti, cercano di preservare questi ambienti.

Inoltre, il padre le raccontava come negli anni ’70 ci fu una forte sensibilizzazione verso di essi, anche grazie alla televisione, che trasmise tutta una serie di puntate sulla RAI dedicate alle vie della lana, così si chiamava il programma.

Infine Laura ha concluso: Senza entrare nel dettaglio, ogni Regione ha degli specifici regolamenti legislativi per la tutela e la salvaguardia dei tratturi, inseriti in percorsi bike, trekking ed a cavallo per incrementare il turismo ecologico e far conoscere i vari borghi e monumenti lungo i tragitti scelti.

Detto questo passiamo alla poesia, I Pastori del D’Annunzio.

Questa poesia, inserita nella raccolta Alcyone del 1903, è composta di quattro strofe ad endecasillabi, perché il poeta voleva creare un componimento solenne. A livello rimico, invece, ogni ultimo verso fa rima col primo verso successivo, creando una sorta di catena, mentre all’interno, se nella prima strofa il primo verso fa rima con il terzo, nelle altre il secondo con il quarto. Ecco il testo:

I Pastori

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natia
rimanga ne’ cuori esuli a conforto
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!
Ora lungh’esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l’aria.

Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciaquìo, calpestìo, dolci rumori.
Ah, perché non son io co’ miei pastori?

Il tema del viaggio, iniziato con l’esortazione iniziale, viene dipanato in tutto il suo percorso, fino alla fine, attraverso i versi: la preparazione alla transumanza, i luoghi come gli stazzi, le fonti per abbeverarsi e i bastoni artigianali. Diverse figure retoriche, come l’apostrofe, l’ellissi, le allitterazioni, le anafore, la personificazione, la similitudine e le metafore rendono i versi molto suggestivi e lenti, per ricordare il movimento tardo delle greggi lungo i tratturi a settembre.

La scelta del soggetto, che ricorda il passaggio dal tema superomistico a quello della simbiosi con la natura nel percorso poetico d’annunziano, offre aspetti diversi inerenti il poeta. Egli, infatti, sembra essere uno di quei pastori, che errano alla ricerca di nuovi sentieri poetici, di sperimentazioni, lentamente.

Inoltre, c’è l’esaltazione delle tradizioni pastorali abruzzesi, tema molto caro ad un suo nativo, il D’Annunzio, che spesso ci ha conservato poeticamente tradizioni, usi e costumi di un Abruzzo lontano e selvaggio.