Perché la chiusura dei teatri e dei cinema sembra non avere alcun senso?

Teatro San Carlo di Napoli
Teatro San Carlo di Napoli

Il teatro è una zona franca della vita, lì si è immortali. (Vittorio Gassman)

Alle 13:30 di ieri, domenica 25 ottobre, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha annunciato un’ulteriore stretta relativa a ciò che sarà possibile fare o meno fino al 24 novembre. Tra le varie limitazioni e chiusure, sicuramente ciò che è immediatamente balzato agli onori della cronaca è stata la chiusura disposta per teatri e cinema.

Nei mesi scorsi si è assistiti a molteplici manifestazioni ed eventi dedicati ai cosiddetti “lavoratori dello spettacolo”, i quali risultavano tra le categorie più colpite dalle chiusure dovute alla diffusione del Covid-19. Ancora una volta questa categoria è stata nuovamente compromessa.

Innanzitutto è necessario ricordare che all’interno della categoria dei “lavoratori dello spettacolo” non rientrano soltanto attori e cantanti più o meno affermati, ma anche tutte quelle persone che direttamente, indirettamente o con attività ausiliarie, contribuiscono alla realizzazione di uno spettacolo.

Mentre per gli esercenti è possibile continuare ad aprire normalmente le saracinesche dei propri negozi; seppur con limitazioni, anche ai bar, ristoranti et similia è dato aprire le proprie attività al pubblico, ciò non accade per cinema e teatri, per i quali è stata disposta l’immediata chiusura.

Dunque l’inconsistenza della chiusura di teatri e cinema è palpabile.

Cinema e teatri non si limitano ad essere luoghi di divertimento e passatempi banali, ma veri e propri ambienti di diffusione vitale di cultura che, proprio come accade per i musei, dovrebbero essere messi a disposizione della cittadinanza, soprattutto in un periodo così assurdo come quello che si sta vivendo.

Rispetto a molti altri luoghi come ad esempio centri commerciali, chiese e mercati rionali (per i quali la chiusura non è stata disposta), all’interno delle sale cinematografiche e delle platee teatrali è possibile tenere sotto rigido controllo gli spettatori, essendo a questi assegnati posti a sedere ben distanziati gli uni dagli altri.

Dati alla mano, l’AGIS (associazione generale Italiana dello spettacolo) riporta che nel periodo intercorso tra la riapertura dei teatri, avvenuta il 15 giugno, ed il 10 ottobre sono stati effettuati circa 3mila spettacoli, con un pubblico che si attesta intorno alle 347mila unità. Nonostante la modesta affluenza del pubblico, vi è stato solamente 1 contagio riscontrato.

Oltre alle istituzioni preposte alla salvaguardia dei beni teatrali e cinematografici, molteplici sono stati gli attori e cantanti che hanno espresso il proprio dissenso circa il divieto posto nel DPCM del 25 ottobre: dal vincitore di Sanremo 2007, Simone Cristicchi, il quale afferma che gli artisti, da egli definiti “sacri”, sono stati trattati alla stregua dei fast food, a coloro i quali si sono limitati alla condivisione dell’appello lanciato da “UNITA” (unione nazionale interpreti teatro e audiovisivo) al ministro Franceschini, al presidente del consiglio Giuseppe Conte ed al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, attraverso il quale si richiede un incontro con i suddetti allo scopo di far valere i propri diritti di lavoratori.