Te piace ‘o presepe? L’attualità del presepe e la nostra tradizione

L'attualità del presepe e la nostra tradizione

Ne parlammo un po’ di tempo fa in un articolo dedicato al confronto fra presepe ed albero, a partire dalla famosa riflessione del professore Bellavista contenuta nel romanzo di Luciano De Crescenzo. Quest’anno ci torniamo: che significato ha il presepe per noi? E’ ancora attuale farlo? O meglio: cosa ci spinge a farlo?

Quest’ultima è una domanda affascinante, perché pone davanti ad un bivio: lo facciamo per tradizione o per religione?

Sembrano due alternative valide. L’atavico richiamo dei nostri costumi ben si lega all’afflato mistico che impregna il mistero della nascita di Cristo. Però, al tempo stesso, sentiamo che il presepe sia un qualcosa che trascende entrambe le vie. Non è detto, infatti, che un ateo vi rinunci così come non è detto che lo disprezzi un progressista.

Nel titolo parliamo di tradizione. Non è nostra intenzione, tuttavia, dilungarci su San Gregorio Armeno, il presepe Cuciniello e lo spettacolo del Natale napoletano. La tradizione di cui parliamo non ha nulla di materiale, ma si compone di puro spirito, per usare un’espressione hegeliana.

La realizzazione di un  bel presepe costa fatica, eppure per gli appassionati è puro divertimento. “Lucarié, mi pare che stai costruendo la cupola di San Pietro” dice un’acida Concettina al marito Luca Cupiello, evidentemente scocciata dalla dedizione del coniuge, il quale si aliena dal turbolento contesto familiare rifugiandosi nella grotta dove nacque il Bambinello.

Come dicevamo poc’anzi, non ci interessa tanto il braccio che muove i pastori in quella Galilea immaginaria, quanto piuttosto il meccanismo mentale che muove l’arto. Però parlare di cervello ci pare prosaico e noi, invece, vogliamo creare qualcosa di lirico. Non vogliamo neanche parlare di cuore, ci sembrerebbe sdolcinato.

Parliamo allora di anima, sintesi fra sentimento e pensiero.

Il punto è che non c’è una risposta precisa; un uomo che costruisce il presepe è come un bambino che si ingegna con il trenino. Forse, allora, aveva ragione Giovanni Pascoli: i poeti conservano un fanciullino dentro di sé che li stimola alla creazione?

Il sillogismo che viene alla mente è elementare: se il fanciullino determina il poeta e l’appassionato di presepi è un fanciullino, allora il “presepofilo” sarà un poeta!

Lo spirito è lo stesso. Noi non abbiamo materialmente bisogno dell’arte, ma, tuttavia, ne sentiamo la necessità. Lo stesso discorso vale per il presepe, il quale sarà allora sintesi fra antico costume e respiro mistico religioso. Persino il più ateo degli atei non può prescindere da queste due condizioni, seppur a modo suo.

Persino l’ateo Benedetto Croce riteneva impossibile non definirsi cristiano, se non altro perché certi modi e certe tradizioni sono parte di noi.

A partire da quest’ultima proposizione, ci sentiamo, infine, di rispondere alla domanda di Luca a Nennillo: “Sì, ce piace ‘o presepe!”