Pier delle Vigne, il giudice capuano che fu braccio destro di Federico II

Pier Delle Vigne
Busto di Pier delle Vigne collocato di fianco alla Statua del sovrano nell'arco trionfale di Federico II al Museo Campano di Capua

Nato a Capua attorno al 1190 e scomparso a Pontremoli, in provincia di Massa Carrara, nel 1249, Pier delle Vigne fu giudice e funzionario alla corte di Federico II. Similmente all’uomo che ne determinò l’ascesa e la rovina, lo stesso imperatore, fu un intelletto dalle grandi facoltà, ma, si sa, laddove non arriva la ragione sopraggiunge la fortuna, la quale, oltre che spietata, è cieca; dettaglio quest’ultimo macabramente legato alla sorte del giurista campano.

Ma andiamo per ordine: le origini del magistrato sono avvolte dal mistero, tant’è che per lungo tempo s’è creduto fosse d’umili origini, pur essendo quasi sicuramente figlio di un noto magistrato dell’epoca, tale Angelus de Vinea.

Sta di fatto che si recò a Bologna dove perfezionò l’ars dictandi o dictaminum, ovverò la perizia nello scrivere lettere.

Brunetto Latini, maestro di Dante, spende parole al miele parlando di Piero, il quale viene definito come archetipo del buon “parlatore”, mentre Boccaccio lo definisce “meraviglioso dictatore”.

La collaborazione fra il giudice e l’imperatore durò più di vent’anni, durante i quali il primo compì un lungo cursus honorum, entrando a far parte della Magna Curia nel 1225, divenendo cancelliere della corte imperiale nel 1239 e logoteta, carica d’origine bizantina, nel 1247.

Brillante diplomatico, nelle vesti di procuratore negoziò il matrimonio fra Federico ed Isabella d’Inghilterra, sorella di Enrico III. Fu allora che toccò il punto più alto della propria  fortuna.

Stando alla testimonianza del notaio Nicola da Rocca, Piero fu tanto fedele a Stupor mundi da scrivere in suo onore un elogio in cui gli attribuisce la qualità di Forma boni, immagine del bene, cosmica giunzione degli opposti naturali ed antidoto al caos. Non a caso, contestando la bolla di scomunica emessa da Gregorio IX contro lo Staufen, dirà che il potere imperiale, di origine divina come quello papale, funge da cerniera della comune fede.

Eppure, giunto all’apice della propria carriera, fu vittima di una rovinosa caduta, a testimonianza di quanto volubile sia la fortuna: probabilmente l’invidia dei cortigiani dovuta alla sua popolarità lo portò ad essere accusato di appropriazione indebita, corruzione e di aver preso parte ad una congiura ordita dal papa contro l’imperatore.

Stando a quanto dice Matteo da Parigi, Federico, scoppiato in lacrime, così reagì alla notizia del tradimento di Piero: Me infelice colpito fin nell’intimo. Pietro che credevo una roccia ed era la metà dell’anima mia mi ha preparato con l’inganno la morte.

Secondo il cronista francese, infatti, l’obiettivo della congiura sarebbe stato l’avvelenamento dello svevo.

Accecato e gettato in prigione, probabilmente si uccise, secondo alcuni lanciandosi su una rupe e sfracellandosi il cranio. Ipotesi quella del suicidio avvalorata dalla sua presenza nella “selva dei suicidi”, nel XIII° canto della Divina Commedia.

Ed è interessante vedere come Dante, attraverso il proprio colloquio con il dignitario, faccia capire di propendere per l’innocenza di Piero; se così non fosse stato, l’Alighieri lo avrebbe posizionato, non nel settimo girone, bensì nel nono, il più profondo, quello dei traditori.

Secondo Fra’ Salimbene da Parma, guelfo e quindi acerrimo nemico dello Staufen, Piero non fu che un volgare ed infido accumulatore di ricchezze e perciò i cortigiani organizzarono la messinscena della congiura per “incastrarlo”. Il giurista, stando al parere del religioso emiliano, sarebbe stato allora una figura degna dell’infimo ambiente che lo circondava, a partire dall’imperatore.

La prosaica testimonianza di Salimbene, per fortuna, non ha avuto la fama che, invece, nei secoli ha mantenuto il celeberrimo passo dell’Inferno dantesco, in cui uno stoico Piero, trasformato in albero e massacrato dagli uccelli infernali che gli beccano i rami, ribadisce al sommo poeta la propria innocenza, venendo creduto.

Ecco i versi in cui il giurista capuano parla dell’invidia di coloro che credeva amici e lo portarono alla rovina:

La meretrice che mai da l’ospizio
di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e de le corti vizio,

infiammò contra me li animi tutti;
e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,
che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti.

L’invidia, detta meretrice, è descritta con occhi “putti”, cioè lascivi ed ingannatori; in questo stesso periodo, fra il 1303 e il 1305, Giotto, nella Cappella degli Scrovegni, rappresenterà questo peccato sotto forma di donna avvolta dalle fiamme dell’inferno, che reca nella propria bocca il serpente della discordia, il quale, però, si rivolge contro di lei, dimostrando come il male non rimanga impunito.

Quello del cortigiano vittima delle gelosie di chi lo circonda e condannato da chi lo aveva ricoperto di cariche ed onori  è un topos ricorrente nella storia: basti pensare al caso di Severino Boezio, noto pensatore e consigliere del re ostrogoto Teodorico, il quale, per ragioni simili a quelle di Pietro, condannò a morte l’uomo che più di tutti aveva innalzato.

Volendo fare altri esempi eccellenti, potremmo citare la storia di Thomas Becket, arcivescovo di Canterbury che nel 1170 fu fatto uccidere dall’amico Enrico II Plantageneto, Re d’Inghilterra, oppure quella di Tommaso Moro che fu cancelliere regio alla corte di Enrico VIII di Tudor, il quale lo condannò a morte per questioni di carattere politico e religioso.

Ed è proprio con una considerazione sulla fortuna tratta dal secondo libro del De consolatione philosophiae boeziano che vogliamo concludere la narrazione della tanto drammatica quanto banale vicenda di Piero:

Quand’essa (la fortuna) con superba mano volge le vicende,
si scatena al pari del ribollente Euripo,
tosto, feroce, schiaccia i terribili re
e, ingannevole, solleva il volto avvilito del vinto.
Non porge ascolto ai miseri né si prende cura di chi piange,
anzi, insensibile, irride ai gemiti che essa ha suscitato.
Così si diverte, così prova le sue forze,
e funesta mostra il gran prodigio di far vedere
qualcuno abbattuto e poi felice in una sola ora.