Il fiume Po nei versi di Nello Vegezzi

Il Po nei versi di Nello Vegezzi

Il Po, il re dei fiumi italiani. Originario del Monviso, attraversa la Pianura Padana, partendo dal Piemonte, toccando la Lombardia, l’Emilia Romagna ed il Veneto, per terminare la sua corsa nell’Adriatico. L’antico Eridano, nome dalle antiche rievocazioni mitologiche greco-egizie, era conosciuto dai celto-liguri come il Bodinkòs/Bodenkùs, indicando “il fiume che scava”, da cui deriva il termine latino Padus e successivamente il nostro idronimo Po.

Tutti i popoli nei tempi antichi compirono molta attività antropica lungo il suo corso, fondando città, porti e moli commerciali. Agricoltura e pesca sono gli elementi economici principali legati al fiume. Nonostante sia Patrimonio dell’Umanità Unesco, il delta del Po non è esente da diversi problemi, tra cui le piene in alcuni tratti.

La sua bellezza naturalistica affascina grandi e piccini, tra pesci, uccelli, piante e paesaggi: nonostante ciò, questo lo rende un ambiente unico ma tanto fragile. Molti ambientalisti si muovono quotidianamente per salvarlo dall’inquinamento, dalla scarsità idrica, dalle specie ‘aliene’ che distruggono la fauna e la flora indigena. E proprio a questo fiume è dedicata la poesia di oggi.

Nello Vegezzi, un poeta controcorrente

Il poeta novecentesco Nello Vegezzi nato a Piacenza e morto a Turro, era un uomo dai poliedrici interessi: poesia, cinema ed arte. La capacità di rompere gli schemi per inseguire le proprie passioni lo portarono all’Institut de Haute Etudes du Cinema a Parigi. Il fallimento del suo primo film intitolato Katarsis di genere horror lo getta nella depressione. Solo la poesia e la pittura lo ridestano dal dolore interiore. Partecipa attivamente alla contestazione sessantottina e scrive Dal dissenso alla esteterotica  (1969), ritirato dalle librerie per oscenità ma difeso da Pier Paolo Pasolini, Andrea Zanzotto e Dacia Maraini. Fu il promotore dell’arte povera, detta all’epoca ‘accattoplastiche”, composta da materiale di scarto, in mostra nel 1971 nella Libreria Romagnosi di Piacenza.

Le sue sillogi più famose sono rivolte alla natura idilliaca ed alla vita di campagna: Le radici dell’esserci del 1972, Libro aperto del 1977 ed Una estate un inverno. Queste opere sono assolutamente da leggere per comprendere il pensiero poetico dell’autore, come anche Un amore così del 1984 e La terra ed io del 1986. Nel 1982 fece una seconda mostra ironica sull’erotismo, intitolata Labirinto della “Topotopatopoerotica”: numerose persone con sculture di ratti si recarono a Piazza Cavalli a Piacenza, dove fu inscenata una danza erotica e furono lette  le poesie del Vegezzi. La sua morte fu tragica: fu investito nel 1993.

Dedica ad un fiume

Molti poeti hanno dedicato versi ai corsi d’acqua, tra cui appunto Nello Vegezzi, che ha scritto questo componimento, tratto da Le radici dell’esserci:

Il Po
Calmo
rispecchi
antichi castelli
di fronde turriti
gonfi borbotti
i piedi mi bagni
fiume che hai?
Ti secca
lo so
correre chiuso
entro due rive

Qual è il messaggio rinchiuso in questi undici versi, molto poetici e significativi? La mancanza di libertà. Il Vegezzi, infatti, dopo una prima parte descrittiva, instaura un dialogo con il fiume. Nonostante il suo scorrere lento (calmo), in cui, come uno specchio, si riflettono antichi castelli, che al posto delle torri hanno fronde, per il riflesso degli alberi chiomati della riva, il Po è agitato.

Un’agitazione che solo i poeti possono comprendere. Alla domanda retorica (fiume che hai?), che crea una sorta di personificazione del corso d’acqua, viene data una risposta che evidenzia bene sia il pensiero dell’autore sia il rapporto del poeta con la natura: ti secca/lo so/correre chiuso/entro due rive.

Proprio questi ultimi quattro versi, in cui risalta l’allitterazione correre-chiuso, sono da mettere in connessione con le esperienze esistenziali del Vegezzi, che non ha mai avuto davvero la possibilità di esprimersi al meglio delle sue possibilità, perché il bigottismo e la censura di quegli anni lo avevano fatto decadere in ogni sua esperienza poetico-artistica. In fin dei conti, siamo tutti come il Po, inscatolati tra l’essere ed apparire, costretti a procedere lentamente, cercando di conquistarci quotidianamente uno scampolo di libertà.