Poetiche suggestioni di antiche dimore, in compagnia di una poesia

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La casa è il luogo dove risiede l’amore, vengono creati i ricordi, arrivano gli amici e la famiglia è per sempre. (Anonimo)

La nostra casa, come spiega la citazione summenzionata, è una dimora d’amore, di ricordi, di pianti, eppure, quando siamo costretti ad abbandonarla, sembra che parte dell’anima e del cuore vi rimanga per sempre. Quante volte ci capita, quando passeggiamo in città, nei paesi o nelle campagne, di scorgere dimore storiche da lungo tempo disabitate, che ci rievocano emozioni o suggestioni, legati ad un lontano passato?

Questo è il messaggio insito nella poesia di Guelfo Civinini (1873-1954), livornese, scelta per la puntata odierna della nostra rubrica, cui potete inviare i vostri componimenti all’indirizzo email poesia2019@virgilio.it. A nome di tutta la redazione, ringrazio la Casa Museo Comi, che ha condiviso sulla propria pagina facebook l’articolo della settimana scorsa sul poeta Comi.

Bruno-Cristillo-Fotografo
Terrazza Leuciana
Bruno-Cristillo-Fotografo
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Quando la scrittura ti chiama…

Il Civinini fu uno scrittore poliedrico: articolista ed inviato di guerra per il Corriere della Sera (i cui articoli sono editi dalla Morlacchi); poeta con l’Urna ed I sentieri e le nuvole del 1911; novelliere, vincitore con Lungo la mia strada (1953) del Premio Valdagno; romanziere con Trattoria di paese (1937), premiato col Premio Viareggio; commediografo con La casa riconsacrata ed altre; librettista, col Zangari, per il libretto La fanciulla del West di Puccini ed infine scrittore di testi per l’infanzia.

Anime di case abbandonate

La poesia, tratta da L’Urna del 1901, è una riflessione malinconica su una dimora abbandonata, tipico tema del Crepuscolarismo:

Una villa

Io conosco una villa abbandonata
fuor delle mura, a capo d’un viale
di cipressetti polverosi, eguale
sempre nella sua grazia desolata.

Dai ferri della vecchia cancellata,
fra i rami del bel parco baronale,
si scorge un palazzetto. Un ogivale
finestra da gran tempo è spalancata.

Da gran tempo è così. Chi sa? La mano
che la dischiuse or forse sarà immota.
Stillan gli alberi lacrime gelate

sopra le violette che son nate
a’ lor piedi, dolcezza buona e ignota:
ed ha quel pianto un alto senso umano.

Il sonetto è a rima incrociata, con terminazioni incatenate, un lessico semplice ed uno stile ricco di figure retoriche quali l’anadiplosi (da gran tempo), gli enjambement, le allitterazioni (sempre/sua) e la personificazione anastrofica (stillan gli alberi lacrime gelate).

Lo scrittore, rappresentato dall’io lirico (io conosco), spinto dalla curiosità, si sofferma dinanzi una villa abbandonata, in campagna (fuor delle mura); ne osserva l’immutata eleganza, ormai smorta, i cipressi ornamentali decadenti, la vecchia cancellata arrugginita, il parco padronale ancora bello ma, a catturare la sua attenzione, è una finestra ogivale rimasta aperta.

Questo particolare induce a chiederci, insieme al poeta, di chi possa essere stata la mano che l’ha lasciata dischiusa, attraverso il percorso retorico dell’analessi, in cui passato e presente si mescolano; l’arto, inoltre, per lo scrittore, oltre ad essere una metonimia per persona, è anche un riferimento alla morte, evinto dal lemma immota, eufemismo e litote allo stesso tempo. Eppure, se le lacrime gelate degli alberi sono un simbolo di decadenza, le violette che son nate, invece, rappresentano una rinascita: la natura, insieme alla casa continuano a vivere, ci sussurra il poeta, nonostante siano state abbandonate dall’uomo!

Per chi fosse interessato a Guelfo Civini, visiti il sito guelfocivinini.wordpress.com.