Il “Premio Nobel della Matematica” è un classicista: lo studio umanistico è davvero così anacronistico?

Alessio Figalli, giovane di 34 anni nato a Roma da padre napoletano, è un matematico attivo principalmente nello studio del calcolo delle variazioni e delle equazioni differenziali alle derivate parziali. Orgoglio italiano, Figalli vanta di numerosi riconoscimenti tra cui quello come vincitore della Medaglia Stampacchia nel 2015, del Premio Feltrinelli Giovani nel 2017 e, sicuramente di enorme prestigio, della Medaglia Fields, ad oggi definita il “Premio Nobel della Matematica”, lo scorso anno.

Nel 2002 Alessio si iscrive alla Scuola Normale di Pisa dove ha conseguito un dottorato. Successivamente la sua carriera “senza frontiere” lo porta in Francia, dove ottiene una cattedra all’Ecole Polytecnique di Parigi, e negli Stati Uniti, precisamente all’università di Austin, in Texas. La sua esperienza americana dura cinque anni, prima di trasferirsi al Politecnico di Zurigo, dove continuano le sue ricerche su diversi  fronti, in particolare sugli aspetti riguardanti il concetto di “trasporto ottimale”, ossia il modo più economico per trasportare una distribuzione di massa da un luogo all’altro.

Ma cosa c’è dietro questa genialità nell’analisi matematica?

Prima di diventare vincitore della Medaglia Fields, Alessio Figalli era un ragazzino di Roma con la passione per la matematica che, contrariamente da quanto ci si possa aspettare, decide di intraprendere gli studi classici e iscriversi quindi al liceo Classico Vivona di Roma.

La matematica per Alessio era sempre stata vista come un gioco, un divertimento che il programma scolastico non gli permetteva di coltivare al meglio, almeno fino agli ultimi due anni di liceo, quando il ragazzo decide di partecipare alle Olimpiadi della Matematica.

Ma è davvero stato così marginale lo studio delle materie classiche per un ragazzo con la passione per la scienza dei numeri?

Putroppo, l’opinione comune ci induce a catalogare il liceo umanistico come percorso di studi univoco e incompatibile con materie scientifiche, il che condiziona numerose scelte di ragazzini i quali, la maggior parte delle volte, sono semplicemente spaventati (o peggio, “annoiati”) da studi che sono alla base della nostra civiltà.

Tuttavia, il caso di Alessio è soltanto una delle numerose conferme che l’indubbia preparazione offerta dal liceo Classico è basata non soltanto sulla conoscenza di culture antiche e “obsolete”, ma sullo sviluppo della capacità di ragionare, approfondire e, soprattutto, appassionarsi al sapere in tutte le sue forme, poiché proprio la voglia di conoscenza ha guidato l’evoluzione del genere umano dall’antichità ad oggi.

“Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza” scriveva Dante, nel sedicesimo canto dell’Inferno, per indicare che a guidare l’animo umano è proprio il desiderio di conoscenza e di scoperta del nuovo.

Forse dovremmo tutti riconsiderare il valore degli studi classici come palestra in cui il confronto con i valori fondanti della nostra cultura allena la mente, stimola il coraggio e la tenacia di perseguire la propria vocazione oltre i limiti di un sapere nozionistico, in qualunque direzione essa porti.