Il primo buco nero certificato al centro della Via Lattea

Il primo buco nero certificato al centro della Via Lattea

Conservàtela nella vostra memoria, fatene tesoro, è indubbiamente una delle immagini del secolo. La seconda immagine mai catturata di un buco nero supermassiccio, la prima immagine mai ottenuta del disco di accrescimento del buco nero sito al centro della nostra galassia. Chiamato Sagittarius A*(si pronuncia “A star”, l’asterisco indica la sorgente di onde radio) localizzato a circa 26000 anni luce dalla terra, con un diametro di 44 milioni di chilometri ed una massa pari a 4,1 milioni di masse solari, immerso in un ambiente molto turbolento e ricco di polveri ed il cui asse di rotazione punta quasi direttamente verso la Terra.

La scoperta recente rievoca quella di circa 3 anni fa del primo buco nero mai osservato, M87, con circa 100 miliardi di chilometri di diametro ed una massa equivalente a 6,5 miliardi di masse solari, localizzato al centro di Messier, una galassia nel vicino ammasso di galassie della Vergine. Insomma, il nostro buco nero è un granello di sabbia a confronto. Immortalarlo non è stato affatto facile, c’è voluto molto più tempo per comporre e mettere a fuoco i tasselli di luce che arrivano dai dintorni di Sagittarius A*, circa 5 anni, perché ha un comportamento più volubile e si nasconde dietro una spessa coltre di polveri. Non si tratta di luce che potremmo vedere con i nostri occhi ma di onde radio, che possono giungere fino a noi “bucando” la cortina che circonda il centro galattico.

È comunque un’istantanea di quello che accade al confine del conoscibile, oltre il quale il tempo e lo spazio cessano di esistere così come li comprendiamo. Grazie a questa osservazione la Teoria della relatività di Albert Einstein, ancora una volta messa alla prova, ha retto. La scoperta ha necessitato del lavoro congiunto di più di 300 ricercatori da 80 istituti di tutto il mondo, facenti parte dell’Event Horizon Telescope, e grazie alla tecnica della Interferometria a base molto larga, uno schieramento di otto radiotelescopi in diversi continenti che, insieme, hanno composto una parabola virtuale grande quanto tutto il pianeta, necessaria per poter “risolvere” un oggetto così lontano e piccolo, almeno visto da qui.

Per l’Italia, hanno contribuito l’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf), l’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), l’Università degli studi di Cagliari e l’Università degli studi Federico II di Napoli.
“È uno straordinario risultato della cui portata riusciremo a renderci conto davvero solo con il tempo” – dice il ministro dell’Università e della Ricerca Maria Cristina Messa – “complimenti al grande e globale gruppo di lavoro che ha consentito di raggiungerlo e, all’interno di questo, alle scienziate e agli scienziati italiani”.