Tra pochi giorni si torna in classe. Il calendario 2026/2027 disegna, come ogni anno, un mosaico regionale: si comincia dal 7 settembre a Bolzano, si arriva fino al 16-17 settembre in Puglia, con la gran parte del Paese che rientra tra l’8 e il 15 settembre. Il Veneto ha persino corretto in corsa la propria delibera per anticipare la chiusura dell’anno all’8 giugno 2027, in modo da lasciare un margine più ampio prima della Maturità, fissata al 16 giugno.
Non è un dettaglio da rubrica organizzativa. È la cornice — sempre uguale, sempre frammentata su base regionale — dentro cui si innesta quest’anno una discontinuità vera: la riforma promossa dal ministro Giuseppe Valditara entra in vigore proprio con l’anno scolastico che sta per cominciare.
Le nuove Indicazioni nazionali per l’infanzia e il primo ciclo, che sostituiscono quelle del 2012, portano con sé il ritorno (opzionale) del latino già dalla seconda media, un’ora aggiuntiva a settimana; un approccio alla storia più centrato sull’Occidente, con la Bibbia accostata a Iliade e Odissea; il potenziamento di musica ed educazione civica.
In parallelo prende il via la riforma degli istituti tecnici, con il nuovo modello “4+2” — quattro anni di superiori più un biennio ITS — pensato per accorciare i tempi di ingresso nel lavoro, ma criticato da chi vi legge una compressione delle materie umanistiche a vantaggio dell’addestramento professionale.
C’è poi un terzo impianto normativo, meno raccontato ma più urgente: il Decreto Sicurezza 2026 (D.L. 24 febbraio 2026, n. 23, convertito in aprile), che equipara il personale scolastico aggredito nell’esercizio delle funzioni ad altre categorie protette, introduce l’arresto in flagranza differita per chi aggredisce un docente e inasprisce le pene per le lesioni.
Lo stesso impianto normativo lega la riforma della disciplina scolastica — bocciatura automatica con voto di condotta pari o inferiore a 5, conversione delle sospensioni superiori a due giorni in attività di cittadinanza solidale — al tentativo di rispondere a un fenomeno che, numeri alla mano, il ministero dice in calo (53 aggressioni nel 2023-2024, 41 nel 2024-2025, 30 nei primi sette mesi dell’anno in corso) ma che nella cronaca recente ha avuto episodi capaci di lasciare il segno.
Quello che è successo, prima della campanella
Bastano due notizie di fine maggio 2026 per capire perché il tema torni a bruciare proprio ora. A Parma, un gruppo di studenti dell’ITIS Leonardo Da Vinci ha inseguito e picchiato due docenti in un parco vicino alla scuola, dopo un rimprovero: calci, pugni, un bastone, tutto ripreso con il cellulare e finito sui social prima ancora che sulle scrivanie delle autorità scolastiche.
I professori coinvolti hanno scelto di non sporgere denuncia, convinti — dicono — che non sia un gesto educativo nei confronti dei ragazzi; il ministro Valditara ha criticato pubblicamente questa scelta, parlando della necessità di “superare il giustificazionismo”. Tre studenti sono stati sospesi per trenta giorni.
Pochi giorni dopo, a Trapani, un ragazzino di undici anni si è alzato dal banco durante la lezione di educazione tecnica e ha tentato di colpire il professore con un coltellino, indossando un casco integrale per non farsi riconoscere e trasmettendo la scena in diretta su un gruppo Telegram. La causa scatenante, secondo le prime ricostruzioni: la rabbia per un “4” all’interrogazione.
Sono due episodi diversi per età, dinamica, gravità. Ma condividono un tratto che dovrebbe far riflettere più delle sanzioni penali: la ripresa video come parte integrante dell’aggressione, non come suo sottoprodotto accidentale. Non si aggredisce più e basta. Si aggredisce per lo schermo, in cerca di un pubblico che ratifichi l’atto mentre accade. È un dato che nessun decreto sicurezza, per quanto necessario sul piano della tutela, riesce da solo a spiegare o a disinnescare.
Cosa diceva Desiderio, otto anni prima
È in questo scenario che torna utile — e in parte utile a essere contestato — un articolo di opinione a firma del professore Giancristiano Desiderio su Il Murgantino nel maggio 2018, “La scuola dei giovani e dei professori insopportabili”. Un pezzo che partiva da un episodio dell’epoca (“gli accoltellamenti, i pestaggi, le minacce”) per affermare una tesi duplice: la violenza a scuola non nasce dal nulla, ma ha un’origine “sia (nei) giovani sia (nei) professori” — nei primi per un eccesso di indulgenza sociale che ha trasformato la giovinezza in una condizione senza fine e senza doveri; nei secondi per un difetto di autorevolezza culturale, sostituita da un galleggiamento burocratico fatto di programmazioni, riunioni, progettazioni.
Riletto oggi, alla luce di quanto la scuola italiana ha vissuto e sta per affrontare, l’articolo di Desiderio resta per larghi tratti condivisibile — e per altri, invece, chiede di essere preso di petto.
I punti che tengono
La diagnosi sul corpo docente è quella che invecchia meglio. Desiderio scrive che “solo lo studio e la preparazione rendono autorevoli un professore e una professoressa” e che l’autorevolezza non può dipendere da uno status giuridico ma “solo dall’autorevolezza culturale e dalla libertà con cui esercitarla”.
È un’idea che il Decreto Sicurezza 2026, nel momento in cui equipara il docente aggredito ad altre categorie protette e ne rafforza lo status di pubblico ufficiale, in fondo conferma per via legislativa quello che Desiderio chiedeva per via culturale: che la scuola torni a essere un luogo dove l’autorità si guadagna insegnando, non semplicemente esercitando un ruolo.
La differenza è che oggi, quando l’autorevolezza culturale non basta a fermare un ragazzo con un coltellino, deve intervenire anche il diritto — ed è precisamente il punto su cui, otto anni fa, Desiderio non poteva ancora misurarsi.
Anche l’insistenza sul fatto che la giovinezza sia stata trasformata “in una categoria sociale con esigenze, richieste, funzioni proprie” — un’età che si dilata fino a non sapersi più quando finisca — è una lettura che la cronaca di oggi, paradossalmente, complica più che smentire: a Trapani il protagonista aveva undici anni, un’età in cui parlare di “giovinezza infinita” ha poco senso; il problema lì non era un eccesso di tempo per crescere, ma qualcos’altro — la rabbia per un voto, l’esibizione sui social, un modello di conflitto imparato altrove.
I punti che non tengono più
Qui però l’articolo di Desiderio va preso a pizzichi, non ingoiato intero.
C’è, prima di tutto, un tono. Quando scrive “siete insopportabili, crescete e non rompete l’anima”, o quando evoca — con quel raddoppio quasi da inno, “Giovinezza, Giovinezza!” — un’immagine della gioventù mutuata (consapevolmente o meno) dal lessico del ventennio fascista, Desiderio sceglie un registro che scavalca la critica sociologica e scivola nell’insofferenza generazionale pura. È la stessa insofferenza, va detto, che percorre tutto il pezzo dalla prima all’ultima riga: un adulto che parla ai giovani come se non fosse mai stato giovane lui stesso, dimenticando — lui per primo lo ammette, ma solo di sfuggita (“anche noi siamo stati giovani”) — che ogni generazione ha, ai suoi occhi, l’aria di essere la peggiore mai esistita.
Ed è un’insofferenza che regge male il confronto con quello che sappiamo oggi sulla violenza giovanile: non nasce da un eccesso di tolleranza indistinta, come vuole Desiderio, ma da meccanismi più specifici e più tracciabili — l’esposizione a modelli di conflitto violento sui social, l’assenza di alfabetizzazione emotiva, la solitudine educativa di famiglie che il decreto 2026 prova timidamente a richiamare in causa (“dove sono le famiglie?”, si è chiesto qualcuno commentando il caso di Parma). Liquidare tutto questo con un “siete insopportabili” — per quanto suggestivo nella sua brutalità goethiana — è un atto retorico, non un’analisi.
C’è poi un secondo punto debole, più strutturale: Desiderio tratta la violenza degli studenti e l’insopportabilità dei professori come due facce della stessa medaglia, ma lo fa con pesi diseguali. Verso i docenti concede attenuanti quasi mai concesse ai ragazzi: la colpa dei professori è “la riforma seria della scuola” mai fatta, “le scemenze delle programmazioni”; quella dei giovani è, semplicemente, essere giovani. È uno squilibrio che il testo di oggi — pensando al video di Parma, girato e diffuso non da un cronista ma dagli stessi coetanei della vittima — non può più permettersi: la domanda da fare non è più “chi ha ragione tra professori e studenti”, ma perché aggredire sia diventato, per alcuni, un contenuto da produrre e condividere.
Una domanda aperta, per chiudere (per ora)
Tra un decreto sicurezza che inasprisce le pene, una riforma dei programmi che guarda al passato classico e biblico, e una riforma tecnica che guarda al mercato del lavoro, la scuola italiana del 2026-2027 prova a rispondere alla stessa domanda che si poneva Desiderio nel 2018: come si ricostruisce l’autorità di chi insegna? La differenza, otto anni dopo, è che nessuno può più permettersi di rispondere solo con un rimprovero rivolto ai ragazzi, né solo con un articolo di codice penale rivolto a chi aggredisce gli insegnanti: servono entrambe le cose insieme, non l’una al posto dell’altra.
Non vi è dubbio che l’apertura – la confidenza – verso gli studenti susciti perplessità e la preoccupazione che qualcuno possa profittarne in modo smodato: le norme più severe che abbiamo richiamato esistono anche per questo, e non vanno lette come un tradimento del dialogo ma come la sua cornice minima, il limite oltre il quale la comprensione da sola non basta più.
Detto questo, la quinta essenza della questione sta tutta nel rapporto che gli insegnanti sanno stabilire con i “giovani”, nelle lezioni, nelle conversazioni e nelle reciproche confidenze, al di là di espressioni ed atteggiamenti stereotipati di sapore paternalistico, tutti volti a imporre principi falsamente morali e giudicanti.
Siffatti modi di agire e “condurre” i giovani portano, spesso, alla rottura del rapporto umano – ove mai sia esistito – e a un’indisciplina più vera e più terribile perché minimizzata dietro l’osservanza esteriore delle norme e dell’ordine: uno studente che ubbidisce per timore, non per convinzione, resta comunque uno studente non raggiunto.
È vero che residuati del passato – come traspare dall’opinione di Desiderio – portano a credere alla necessità e all’importanza di un ordine e di una disciplina esteriore, e in parte quella necessità resiste anche oggi, come mostra il carattere delle norme più recenti. Ma accanto alla norma, e non al suo posto, il dialogo può cambiare il rapporto con gli studenti, alla luce dei nuovi principi che fondano gli aspetti e i contenuti socializzanti della scuola.
A scuola non può non acquisirsi una mentalità nuova: comprensione, accanto a fermezza; accettazione della persona, non delle condotte pericolose. Un ragazzino che alza un coltello per un brutto voto, o un gruppo di coetanei che insegue e filma due docenti per un rimprovero, non raccontano “la personalità di noi giovani” in astratto: raccontano un rapporto — con l’autorità, con l’errore, con lo schermo che tutto amplifica — che si è rotto molto prima di quel gesto, e che nessuna sanzione, da sola, può ricostruire.









































