Può far causa al convivente proprietario quello non proprietario cacciato di casa

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Struttura, funzionamento e diritti della Famiglia di Fatto. La legge Cirinnà

Per famiglia di fatto si intende un legame significativo e stabile tra due persone, che abbia i caratteri della comunione di vita e di affetti. I conviventi si impegnano ad una reciproca assistenza morale e materiale. Spontaneamente si obbligano ad osservare la disposizione dell’art. 143 Cod. civ. in materia di doveri matrimoniali.

Tuttavia, la sola coabitazione, isolata da ogni altro aspetto del rapporto tra i partner, non è sufficiente ad individuare una famiglia di fatto. Serve l’abituale coabitazione, in un luogo che i partner considerino “casa familiare”. L’insieme di questi elementi è detto coabitazione qualificata e costituisce il primario indice oggettivo di adeguamento spontaneo della coppia al modello coniugale. In sostanza, la coppia che forma la famiglia di fatto decide di abbandonare l’elemento formale celebrativo del matrimonio.

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Terrazza Leuciana
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L’ordinamento giuridico ha perciò inteso tutelare la comunione di vita spirituale e materiale simile a quella matrimoniale. Il discrimine tra le due forme di famiglia sta nella semplice relazione sentimentale.

Dunque, alla famiglia fondata sul matrimonio (detta legittima) si affianca la famiglia naturale (anche detta di fatto), composta da persone di diverso sesso (o non) conviventi more uxorio. Ed è proprio alla convivenza more uxorio che si riconducono dei diritti effettivamente tangibili, che solitamente sarebbero sorti in capo a sole persone sposate. Una celebre sentenza della Cassazione del 2004, la n. 7, ha statuito che la convivenza determina sulla casa di abitazione dove si svolge e si attua il programma di vita in comune, un potere di fatto basato su un interesse proprio del convivente, diverso da quello derivante da ragioni di mera ospitalità.

Ciò determina una detenzione qualificata, che ha titolo di negozio giuridico di tipo familiare. La conseguenza è che l’estromissione violenta o clandestina dall’unità abitativa compiuta dal convivente proprietario in danno del convivente non proprietario, legittima quest’ultimo alla tutela possessoria (consentendogli di esperire l’azione di spoglio). Tale detenzione qualificata è pertanto opponibile ai terzi, seppur in carenza di proprietà e possesso. Ovviamente, il venir meno della convivenza per libera scelta delle parti, causa l’estinzione anche della detenzione qualificata sulla casa.

L’Unione Civile e la Convivenza di Fatto: Legge n. 76/2016

La c.d. legge Cirinnà, la n. 76 del 2016, ha istituito l’unione civile tra persone dello stesso sesso, in ossequio degli artt. 2 e 3 della Costituzione, trattandosi di una specifica formazione sociale.

L’unione civile si contrae tra persone maggiorenni dello stesso sesso, che di fronte all’Ufficiale dello stato civile, e alla presenza di due testimoni, dichiarano di volersi unire per formare una nuova comunità di vita. Lo schema giuridico che le parti contraggono è assimilato a quello del matrimonio, ma con effetti differenti. Si applicano le sole norme sul matrimonio che la stessa legge Cirinnà ha indicato. Sono estesi gli stessi diritti e benefici riconosciuti alle coppie coniugate, fatta eccezione per l’adozione e la procreazione medicalmente assistita.

Le cause impeditive, cioè che non permettono di contrarre unione civile a pena di nullità, sono le seguenti:

  • essere in costanza di matrimonio o di altra unione civile;
  • essere interdetti per infermità mentale;
  • essere in rapporti di affinità o parentela con l’altro contraente;
  • aver riportato condanne, con sentenze passate in giudicato, per omicidio consumato o tentato contro chi sia stato coniugato o unito civilmente con l’altra parte.

Gli “unionisti” acquistano medesimi diritti e doveri e sono tenuti, in relazione alle proprie sostanze e capacità lavorative, a contribuire alla vita della famiglia, con l’obbligo ulteriore dell’assistenza morale, e non anche spirituale, compreso l’obbligo di assistenza materiale e di coabitazione.

Il regime patrimoniale dell’unione civile è costituito dalla comunione dei beni se non convengono diversamente all’atto della dichiarazione innanzi all’Ufficiale dello stato civile, ovvero successivamente alla contrazione dell’unione civile.

Lo scioglimento dell’unione civile si realizza per morte o dichiarazione di morte presunta; per divorzio; per manifesta volontà innanzi all’Ufficiale dello stato civile, oppure per sentenza di rettifica di attribuzione di sesso, ma si può impedire con la dichiarazione ulteriore e successiva degli unionisti di trasformare l’unione originaria in unione civile tra persone dello stesso sesso.

La convivenza di fatto, infine, si realizza, parimenti all’unione civile, tra persone maggiorenni, dello stesso o di diverso sesso, unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale. Sono persone che non intendono o non possono legarsi col vincolo matrimoniale.

La convivenza sorge con un contratto di convivenza more uxorio, stipulato con atto pubblico o scrittura privata autenticata da notaio o avvocato. Il contratto, però, può essere nullo (nullità insanabile), che chiunque ne abbia interesse può far valere, se è concluso in presenza di matrimonio, unione civile o altro contratto di convivenza; se i soggetti sono legati da vincoli di parentela, affinità o adozione; se i contraenti non sono maggiorenni o almeno minori emancipati; se vi è interdizione giudiziale; se uno o entrambi i contraenti abbiano riportato condanna per omicidio tentanto o consumato sul coniuge dell’altro partner.

La legge stabilisce che i conviventi abbiano i medesimi diritti che spettano al coniuge nei casi previsti dall’ordinamento penitenziario (diritto di visita in carcere ecc.) e in caso di malattia o ricovero, col diritto alla visita, all’assistenza e all’accesso alle informazioni personali.

Il convivente può, altresì, essere designato a prendere decisioni che riguardino la vita dell’altro coniuge quanto quest’ultimo è in condizioni di incapacità di intendere e di volere.

In caso di morte del convivente proprietario della casa, l’altro superstite ha il diritto di abitazione per due anni  e comunque fino ad un massimo di cinque. Se vi è prole minorenne o disabile, il diritto di abitazione si protrae per massimo altri tre anni. Questo diritto viene ugualmente meno se il convivente superstite cessi di abitare stabilmente nella casa di comune residenza o in caso di costituzione di altra comunità di vita. È comunque possibile per legge succedere nel contratto di locazione della casa per morte o recesso dell’ultimo conduttore e convivente.

Lo scioglimento del legame, diversamente dall’unione civile, risolve il contratto di convivenza in soli quattro casi tipici, fermo restando il diritto – pronunciato dal giudice con sentenza – del convivente di ricevere dall’altro gli alimenti, qualora il primo versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento, secondo l’intangibile principio di solidarietà sociale.