Quando installare telecamere in casa per controllare i familiari è reato

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La captazione di atti della vita privata dei conviventi: reato di interferenze illecite nella vita privata

È reato spiare moglie e figli con la telecamera? Il timore per l’incolumità dei figli minori basta ad escludere l’ipotesi di reato? Lo scorso due febbraio la Cassazione si è pronunciata su di un caso davvero complicato. Un uomo, per la precisione un marito e padre, aveva installato delle telecamere all’interno della propria abitazione.

L’impianto nascosto nei locali domestici riprendeva e registrava scene di vita privata quotidiana, con la speranza, per l’uomo, di raccogliere prove di maltrattamenti subiti dai figli per mano della moglie. Ebbene, la sentenza n. 4840/2024 della Quinta Sezione Penale, ha ritenuto configurabile il reato previsto all’articolo 615 bis del Codice penale. Non resta ora che capirne il perché di questa dura condanna.

Interferenze illecite nella vita privata

Bruno-Cristillo-Fotografo
Terrazza Leuciana
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L’elemento essenziale di questo delitto sta nella modalità indebita di procurarsi “notizie o immagini attinenti alla vita privata” svolgentesi nel proprio domicilio, mediante “l’uso di strumenti di ripresa visiva o sonora” (Art. 615bis, c.1, Cod. pen.).

Il fatto che la legge usi l’avverbio “indebitamente” può significare ben due cose: a) che il fatto non sia giustificato; b) che il fatto è compiuto con la consapevolezza di compiere un atto antigiuridico, quindi con coscienza.

Nel caso in esame, è evidente che il gesto sia riconducibile alla previsione della legge. Epperò, esistono delle cause di esclusione, secondo i giudici, della configurabilità di questo reato.

Affinché non vi sia la commissione del delitto di interferenze illecite nella vita privata, reato compreso nei delitti contro la inviolabilità del domicilio, serve che l’autore della riproduzione dei filmati, come in questo caso, sia presente nelle riprese. Diversamente, la sua mancanza integra necessariamente il reato di cui all’art. 615bis Cod. pen.

Inoltre, gli Ermellini tengono a precisare che il timore di maltrattamenti su minore, o sulle persone in generale, richiede di ricorrere all’autorità competente, affinché agisca a tutela delle presunte vittime e raccolga in modo lecito le prove di eventuali altri delitti.

Invece, non ha giovato per la difesa dell’uomo dedurre che l’installazione dell’impianto di videosorveglianza fosse anteriore all’allontanamento del marito dalla casa coniugale, poiché anche l’assenza temporanea dalla dimora configura il predetto reato quantunque – come già detto – i fotogrammi siano carenti della stessa immagine dell’autore dei video. Ma non finisce qui!

Se per salvarsi dall’imputazione per delitto di interferenze basterebbe il consenso dell’individuo apparso in video, neanche in questo caso l’uomo ha potuto salvarsi. E ciò perché la moglie, nella sola convinzione che si trattasse di telecamere collegate al sistema di allarme da intrusione, avrebbe espresso un consenso diverso come si evince dalla registrazione sonora. Rimane, perciò, la condanna alla pena della reclusione, che in questo caso va da sei mesi a quattro anni.