Quaranta persone hanno il tuo numero

Quaranta persone hanno il tuo numero
casertaweb_700x150
previous arrow
next arrow

Comincia sempre nello stesso modo. L’ascensore fermo per la terza volta in un mese, l’assemblea che finisce tardi, e qualcuno che dice la frase più ragionevole della serata: «Facciamo un gruppo, così ci avvisiamo». Nessuno ha obiezioni, perché non ce ne sono. Due giorni dopo arriva la notifica di essere stati aggiunti.

In quel momento, senza che nessuno lo abbia detto ad alta voce, il proprio numero di telefono diventa visibile a quaranta persone che si conoscono di vista. Insieme al numero passa la fotografia del profilo, la frase che ci sta sotto, e da quel giorno l’orario esatto di ogni messaggio scritto. È il modo più rapido che esista di cedere informazioni su di sé senza aver preso nessuna decisione.

Un gruppo non è una bacheca

Banner 02

La bacheca dell’ingresso, per cinquant’anni, ha funzionato come strumento di comunicazione condominiale con una caratteristica preziosa: era anonima in uscita e volatile. Un avviso restava una settimana, lo leggevano quelli che passavano, poi qualcuno lo staccava e finiva.

Un gruppo di messaggistica è l’opposto su tutti i fronti. È nominativo, perché ogni riga porta un nome e un numero. È permanente, perché resta nella memoria di quaranta telefoni diversi. È ricercabile, perché basta scrivere una parola per ritrovare una discussione di due anni prima. Ed è esportabile: qualsiasi partecipante può salvare l’intera conversazione in un file e portarla dove vuole, con i numeri di tutti dentro.

Non è un difetto dell’applicazione, è come è fatta. Il punto è che la scelta di usarla per gestire un palazzo viene presa in trenta secondi, valutando solo la comodità.

Quello che passa nel gruppo del palazzo

Chi legge un gruppo di condominio per qualche mese si accorge di cosa contiene davvero. La fotografia del portone lasciato aperto, con dentro una persona riconoscibile. L’immagine dell’auto parcheggiata male, con la targa in chiaro. Il fermo immagine del videocitofono di chi ha suonato al piano sbagliato. Il pacco lasciato dal corriere davanti alla porta di qualcuno, con l’etichetta leggibile.

Poi ci sono le informazioni che nessuno considera tali. Chi chiede il numero dell’infermiera che passa al secondo piano racconta lo stato di salute di una famiglia. Chi scrive «siamo via due settimane, se vedete qualcuno avvisatemi» sta comunicando a quaranta persone e a chiunque legga sopra le loro spalle che quell’appartamento è vuoto. Nella maggior parte dei casi non succede nulla. Ma il rischio non è stato valutato: è stato semplicemente assunto per tutti.

Chi risponde di quel gruppo

Qui sta l’aspetto più curioso della faccenda. Per i dati condominiali ufficiali esiste una figura responsabile con obblighi precisi: l’amministratore tratta i dati dei condòmini per finalità stabilite, li conserva secondo criteri definiti e risponde di come lo fa. Il regolamento europeo esclude invece dal proprio ambito le attività a carattere puramente personale o domestico, ed è la casella in cui una chat fra vicini finisce per ricadere.

Il risultato è che lo strumento con cui oggi passa la maggior parte della comunicazione di un edificio è l’unico che non ha né titolare né regole. Il gruppo lo ha aperto chi ha avuto l’idea, gli amministratori della chat sono rimasti quelli di allora, e nessuno ha mai deciso cosa si pubblica e cosa no. Vale la pena ricordare che il mestiere di chi amministra un condominio oggi è cambiato molto in pochi anni, fra contabilità, impianti, adempimenti e comunicazioni digitali: ma il gruppo informale dei vicini, che è il canale più usato di tutti, resta fuori da qualsiasi mandato.

Il numero non è un recapito, è una chiave

Per capire perché la questione non sia solo una faccenda di riservatezza fra vicini bisogna guardare a cosa è diventato un numero di telefono. Non è più il modo per farsi chiamare: è l’identificativo con cui si accede alle applicazioni di messaggistica, il canale su cui arrivano i codici di verifica delle banche e degli account, il punto di ripristino quando una password viene dimenticata. È la chiave di scorta di quasi tutto.

Un gruppo di quaranta persone è quindi, visto da fuori, un piccolo elenco di numeri verificati e ricchi di contesto: si sa in che palazzo abitano, come si chiama l’amministratore, quali lavori sono in corso e quanto costeranno. È esattamente il materiale che rende credibile un tentativo di truffa. Il messaggio che chiede un bonifico urgente per il cantiere in corso, firmato con il nome giusto, non arriva a caso: arriva a chi quelle informazioni le ha lasciate in chiaro.

Servizi costruiti sul presupposto opposto

Esistono contesti digitali che partono dall’assunto inverso, cioè che l’utente non debba lasciare nulla. Chi consulta la piattaforma Evavip Caserta lo fa aspettandosi che la visita non produca cronologie, non alimenti profilazioni e non si trasformi in un recapito rivendibile altrove: in un settore dove la riservatezza è la condizione stessa del servizio, raccogliere più del necessario non sarebbe un vantaggio ma un danno di progettazione.

Il confronto è utile perché mostra che la differenza non è di buone maniere, è di architettura. Il gruppo del palazzo espone tutti a tutti perché è stato costruito per fare altro e nessuno lo ha riprogettato. Un servizio che non conserva non è più educato: è stato pensato così da chi lo ha fatto. La riservatezza, quando esiste, è quasi sempre il risultato di una decisione tecnica presa da qualcuno.

Tre decisioni da cinque minuti

Sul piano personale il margine è più ampio di quanto sembri. Nelle impostazioni della propria applicazione si può nascondere la fotografia del profilo, la frase di stato e l’ultimo accesso a chi non è in rubrica, e conviene farlo prima di entrare in un gruppo numeroso. Il download automatico dei media va disattivato, così le fotografie degli altri non finiscono nella propria galleria e nel proprio backup. E quando la ragione per cui si era entrati si esaurisce, dal gruppo si esce: restare per inerzia è la scelta più comune e la meno motivata.

Sul piano collettivo servirebbe una cosa che nessuna assemblea mette all’ordine del giorno: tre righe concordate su cosa serve il gruppo, cosa non si pubblica — volti, targhe, fermi immagine del videocitofono, assenze prolungate — e chi lo amministra. Cinque minuti di discussione, verbalizzati, che eviterebbero la quasi totalità dei problemi.

La convivenza in un edificio si è sempre retta su un equilibrio fra il sapere e il non chiedere, e in provincia quell’equilibrio è una forma di educazione antica. Il gruppo l’ha spostato in pochi anni, senza che nessuno lo abbia votato. Rimetterlo dove stava non richiede di uscire da nessuna chat: richiede di accorgersi che una decisione è stata presa, e che si può prendere diversamente.