“Quel muro di silenzio”: il dramma dei desaparecidos al PalArti di Capodrise

Un pezzo di storia dell’umanità, che, a sorpresa, arriva fino in Italia, e che qualcuno avrebbe preferito sotterrare.

Domenica 21 febbraio, alle 19, andrà in scena sulla pagina Facebook del Palazzo delle Arti (ed in seguito in replica sul canale Youtube) “Quel muro di silenzio”, per la regia teatrale di Ferdinando Smaldone e per quella video di Gianrolando Scaringi.

Salvatore Montano
Salvatore Montano

Sul palco, con il commento musicale di Salvatore Montano al sassofono, lo stesso Smaldone e Francesca Caprio, interpreti che il pubblico del Palarti ha già apprezzato in altre produzioni.

L’esperimento è firmato dal Teatro Rostocco di Acerra e rientra nella programmazione della IV edizione della rassegna Capodrise contemporanea, sostenuta da Scabec e dal Comune con il patrocinio morale di Mibac, Regione Campania e Provincia di Caserta.

A Capodrise, il teatro ha scoperto una nuova forma di espressione, a metà strada tra la rappresentazione e il cinema. Una dimensione del racconto che fa poche concessioni al rigore della performance dal vivo, al netto dell’assenza del pubblico; di contro, sfrutta le potenzialità del montaggio, della postproduzione e le capacità di diffusione delle piattaforme sociali e del Web.

L’adattamento di Smaldone ruota intorno a una delle storie dei circa 40 mila “desaparecidos” argentini; dissidenti del regime, o presunti tali, che la giunta militare fece sparire tra il 1976 e il 1983. I due personaggi, una madre e un figlio, appartengono a due periodi diversi, ma raccontano lo stesso dramma, rompendo un silenzio fragoroso, solo nel finale Felipe e Clara si guarderanno negli occhi e si “parleranno” per la prima volta, in un dialogo ideale tra passato e presente.

E un tango li libererà. «Non ho badato molto – rivela Smaldone – all’esposizione esatta degli avvenimenti: si torna indietro con la memoria e poi si va avanti e poi ancora indietro, finché tutte le tessere del puzzle combaciano e chi sta ascoltando ha una visione completa dei fatti.

La scena è scarna e alla ricerca estetica ho preferito la potenza delle parole. È una vicenda che sarebbe potuta capitare a chiunque di noi, se fossimo nati e cresciuti in quell’epoca e in quel Paese. E chiunque avrebbe potuto raccontarla».

“Quel muro di silenzio” è, però, anche un racconto sulla forza della giovinezza e un antidoto al disincanto.